L’assalto al portavalori tatuato sulla pelle: il prefetto di Lecce parla di «linguaggio mafioso» dopo il premio al Tattoo Fest
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Redazione Interno
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La sottile linea rossa che separa l’arte contemporanea dall’apologia di reato, in un territorio martoriato come il Salento da episodi di criminalità organizzata, sembra essere stata clamorosamente varcata. È bastato un click, la pubblicazione di una fotografia sui canali ufficiali della manifestazione, per trasformare l’entusiasmo per l’“ennesima edizione” del Lecce Tattoo Fest in un vero e proprio caso giudiziario e politico. Le immagini, circolate viralmente poche ore dopo la chiusura dell’evento (che vantava il patrocinio della Regione Puglia), ritraggono una schiena interamente ricoperta da un’opera che celebra l’assalto al portavalori avvenuto lo scorso 9 febbraio sulla statale SS613, l’arteria che collega Lecce a Brindisi.
Un’iconografia violenta premiata dall’organizzazione
Il tatuaggio in questione, realizzato sulla pelle di un giovane residente a Squinzano, non è un semplice omaggio alla cultura pop o un tatuaggio “a stampo carcerario” generico: è una riproduzione fedele e minuziosa di un attacco armato costato il ferimento di un carabiniere e il terrore per decine di automobilisti. Nel dettaglio dell’inchiostro si riconoscono i malviventi incappucciati impugnanti kalashnikov, i blindati dati alle fiamme e persino la segnaletica ormai tristemente celebre della “SS613”, il tutto incorniciato dai simboli iconici del paesaggio pugliese come i fichi d’India. L’opera, che reca persino la scritta “Assalt” a chiudere la composizione, non solo è stata eseguita durante i giorni del festival, ma è stata anche premiata dall’organizzazione, apparendo accanto ai loghi istituzionali e al brand turistico “WeAreInPuglia”.
Quel riconoscimento ufficiale, sancito da un post social che inneggiava alla magia dell’evento (“And the Winners are…”), ha innescato una reazione immediata e durissima da parte delle istituzioni. Il contrasto tra la leggerezza della comunicazione social (corredata da hashtag e simboli di promozione territoriale) e la brutalità del soggetto rappresentato stride in maniera violenta, trasformando un momento di aggregazione culturale in un palcoscenico per la glorificazione della violenza.
La condanna del prefetto: «Solo un folle può tatuarsi due malviventi»
A prendere posizione in maniera netta, nel corso di un incontro pubblico sulla Costituzione tenutosi presso l’istituto tecnico commerciale “Costa” di Lecce, è stato il prefetto Natalino Domenico Manno. Rivolgendosi a una platea composta da centocinquanta giovani e rappresentanti delle istituzioni, Manno ha definito il gesto come espressione di un «linguaggio mafioso che va disprezzato», sottolineando come non ci possa essere alcuna giustificazione estetica o culturale di fronte a tale manifestazione di inciviltà.
Le parole del rappresentante del governo sul territorio sono state particolarmente aspre nei confronti del soggetto che porta l’inchiostro sulla pelle e di chi ha deciso di premiarlo. «Soltanto un folle – ha tuonato il prefetto – si può tatuare due malviventi che, con armi da guerra, hanno fatto un assalto terribile, mettendo a rischio l’incolumità e la vita di tante persone, dei giovani e delle donne, come anche dei carabinieri finiti nel mirino di colpi di pistola esplosi ad altezza d’uomo». Secondo la sua analisi, quell’immagine non rappresenta un semplice tatuaggio “choc”, ma un preciso senso di appartenenza «non tanto alla comunità dei cittadini, quanto alla comunità della criminalità organizzata», un codice che promuove attivamente la cultura dell’illegalità.
Ripercussioni giudiziarie e responsabilità politiche
Oltre alla condanna morale espressa dal prefetto, la vicenda ha inevitabilmente attirato l’attenzione della magistratura e delle forze dell’ordine. I carabinieri, come riportato da fonti investigative, hanno avviato accertamenti per verificare se la realizzazione e la successiva divulgazione pubblica (e premiata) dell’opera integrino gli estremi del reato di apologia di reato, previsto dal codice penale. La circostanza che l’immagine campeggiasse accanto ai loghi della Regione Puglia ha ulteriormente aggravato il clima di imbarazzo politico, sollevando interrogativi sui criteri di selezione e controllo utilizzati dagli enti locali quando concedono il proprio patrocinio a eventi che, poi, finiscono per veicolare messaggi contrari ai principi fondamentali dello Stato.
Non è la prima volta, del resto, che il mondo dell’arte del tatuaggio a Lecce si scontra con la politica: la stessa sindaca, Adriana Poli Bortone, aveva recentemente acceso un diverso dibattito facendosi imprimere sul braccio la scritta “MSI” durante la manifestazione. Tuttavia, in questo caso, il baratro qualitativo e valoriale sembra essere sprofondato ben oltre la semplice polemica politica, toccando il nervo scoperto della sicurezza e della memoria delle vittime della criminalità. Il ragazzo di Squinzano, ora sotto i riflettori mediatici, potrebbe presto dover rispondere davanti a un giudice della scelta di trasformare un fatto di sangue in un trofeo personale indelebile.




