Il sorriso di Conti non si incrina ma il Festival cerca la sua scintilla nella seconda serata
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Tre milioni di spettatori in meno rispetto al 2025 e un 7% di share che scivola via, portando con sé certezze e abitudini consolidate. La macchina di Sanremo 2026 si è rimessa in moto dopo un avvio che qualcuno, fuori dal Teatro Ariston, ha già etichettato come una partenza in salita, se non addirittura come un primo segnale di cedimento per la gestione di Carlo Conti. Eppure, nella conferenza stampa del mercoledì, quella che segue il debutto e precede il secondo appuntamento, il conduttore e direttore artistico non ha mostrato alcuna incrinatura, nessun cedimento a quella che potrebbe essere la tentazione di difendersi o di mostrarsi deluso. "Non ho battuto me stesso", ha ammesso Conti con la sua proverbiale pacatezza, quasi parlasse di un amico al quale vuoi bene ma che sai non poter vincere sempre, "ma ho lo stesso sorriso e la stessa serenità dello scorso anno". Un'affermazione, la sua, che ha il sapore di una presa d'atto più che di una giustificazione, sorretta del resto da numeri che, messi in prospettiva, reggono comunque l'urto: il 58% di share della prima serata resta il quarto miglior risultato dal 1997 a oggi, una posizione in classifica che obbliga a considerare il bicchiere non certo vuoto, ma semplicemente meno pieno di quanto ci si fosse abituati a vedere nelle recenti edizioni da record firmate Amadeus.
Se il dato Auditel tiene banco nelle prime battute della conferenza, è sul meccanismo stesso del Festival che si è concentrata l'analisi, quasi una radiografia a freddo di ciò che non ha funzionato. La replica dell'impianto scenico e ritmico del 2025, a sentire i commenti, non avrebbe sortito l'effetto sperato, e due sembrano essere i nodi venuti al pettine già nella serata d'esordio: un cast giudicato qualitativamente meno incisivo rispetto a quello dell'anno precedente, ma soprattutto l'assenza di una vera architettura dell'intrattenimento. Trenta esibizioni una dopo l'altra, una liturgia cantautorale che ha lasciato poco spazio a quella che un tempo si chiamava "varietà", quella scintilla che trasforma una gara canora in uno spettacolo nazionale. Lo stesso siparietto con Can Yaman, costruito attorno alla lingua turca e alle sue sonorità, è sembrato più un riempitivo che un momento pensato, e Conti, con onestà, ha riconosciuto che "qualsiasi cosa si può fare meglio", aggiungendo quasi a mo' di spiegazione che "non c'è stato tempo per provare, non costruiamo tanto". Una confessione che fotografa la difficoltà di bilanciare la maratona musicale con la leggerezza che dovrebbe alleggerirla.
Ed è proprio in questo spazio, in questa zona d'ombra tra una canzone e l'altra, che si gioca la seconda serata. Con solo quindici Big sul palco – da Ditonellapiaga a Tommaso Paradiso, passando per l'atteso duetto artistico tra Fedez e Masini e il ritorno di Patty Pravo – la macchina può finalmente respirare. "Stasera la parte di varietà avrà più spazio", ha garantito Conti, e la scaletta sembra dargli ragione. Non ci sarà solo la musica, ma anche il ricordo, quel filo sottile che lega il palco alla cronaca. Achille Lauro, nei panni di co-conduttore insieme a Pilar Fogliati e Lillo, non si limiterà a duettare con Laura Pausini sul brano "16 marzo". Il suo intervento più atteso, e certamente più complesso, sarà un omaggio, un momento di raccoglimento dedicato alle vittime della tragedia di Crans-Montana. Canterà "Perdutamente", la stessa canzone che amici e parenti di Achille Barosi, uno dei giovanissimi scomparsi nell'incendio in Svizzera, intonarono durante il funerale. Una scelta che trasforma l'esibizione in un gesto corale, laddove la musica diventa veicolo di un cordoglio che travalica la cronaca per farsi sentimento condiviso, lontano dalla retorica e vicino alla pelle della gente.




