L’asse Usa-Israele si incrina sugli obiettivi della guerra in Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La coalizione che sta conducendo l’offensiva contro l’Iran, nata all’insegna di una pianificazione congiunta e di un allineamento strategico quasi perfetto, mostra le prime, significative crepe. Non si tratta, a ben guardare, di un contrasto tattico legato alla gestione quotidiana delle operazioni, bensì di una divergenza profonda, che riguarda la natura stessa degli obiettivi finali del conflitto e, di conseguenza, i metodi per raggiungerli. Da un lato, l’amministrazione Trump, con lo sguardo rivolto alla stabilità regionale e ai prezzi del greggio; dall’altro, il governo Netanyahu, concentrato esclusivamente sull’annientamento del nemico storico, senza troppo preoccuparsi delle macerie, materiali e politiche, che ne deriverebbero.

Il primo attrito pubblico è emerso in seguito al massiccio bombardamento israeliano di sabato scorso contro trenta depositi di carburante nella periferia di Teheran, un attacco che ha provocato un immenso rogo e una nube nera visibile sull’intera capitale. Secondo quanto riportato da Axios e ripreso da diverse testate, l’operazione, seppur preannunciata agli alleati, avrebbe spiazzato la Casa Bianca per la sua portata e per la scelta dell’obiettivo. Fonti vicine all’amministrazione hanno lasciato intendere che al presidente Trump non sia affatto piaciuto vedere quelle riserve di petrolio in fiamme: l’idea di “salvare il petrolio, non bruciarlo” è infatti centrale nella visione americana, che teme l’effetto domino sui mercati energetici globali e, di riflesso, sull’economia interna in un anno elettorale. Gli Stati Uniti, pur condividendo con Israele l’obiettivo di neutralizzare la minaccia militare iraniana, sembrano prediligere colpi chirurgici contro capacità missilistiche e nucleari, piuttosto che azioni che rischiano di alienare il consenso popolare e di innescare una crisi umanitaria dagli esiti imprevedibili.

La logica israeliana, d’altra parte, risponde a un’altra geometria. Per Benjamin Netanyahu, e per larga parte dell’establishment della difesa, il collasso del regime non è un effetto collaterale accettabile, ma il fine ultimo della guerra. La prospettiva di un Iran destabilizzato, frammentato o addirittura dilaniato da una guerra civile non spaventa Gerusalemme, anzi, viene vista come l’unica garanzia a lungo termine per la sicurezza dello Stato ebraico. L’idea di fondo, come sintetizzato efficacemente da un esperto dell’Institute for National Security Studies israeliano, è che un Iran forte, anche se guidato da una fazione più pragmatica e negoziatrice, rimarrebbe pur sempre un Iran, con la sua popolazione di novantadue milioni di persone e il suo apparato ideologico; un Iran debole e in preda al caos, invece, cesserebbe di essere una minaccia esistenziale. Questa visione, però, collide frontalmente con gli interessi americani: un Iran instabile significherebbe una regione instabile, con ripercussioni che andrebbero dalla sicurezza degli alleati arabi del Golfo, produttori di energia, fino a una nuova crisi migratoria e a un inevitabile, e per Washington indesiderato, rinnovato impegno militare statunitense nell’area.

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