L’attacco ai depositi di carburante, la successione a Teheran e la resa: perché l’Iran incrina l’asse tra Trump e Netanyahu

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La settima giornata di guerra, quella di sabato, avrebbe dovuto rappresentare l’ennesima dimostrazione della perfetta sintonia operativa tra lo Stato Maggiore israeliano e quello statunitense, una macchina da guerra oliata da mesi di pianificazione congiunta. E invece, i trenta depositi di carburante che l’aviazione israeliana ha centrato nella periferia di Teheran, avvolgendola in un fumo nero e denso visibile per chilometri, hanno rappresentato la prima, vera crepa in quello che finora era sembrato un fronte occidentale monolitico. Secondo quanto rivelato da Axios e confermato da fonti diplomatiche, se è vero che gli israeliani avevano preannunciato l’operazione al Pentagono, è altrettanto vero che la sua portata – quei trenta obiettivi in fiamme – ha colto di sorpresa gli americani, mandando un segnale inequivocabile: l’alleato non intende più aspettare il via libera su ogni singolo bersaglio.

La reazione della Casa Bianca, a quanto si apprende, non si è fatta attendere ed è stata tutt’altro che entusiasta. Un consigliere di Donald Trump, interpellato sulla questione, ha lasciato intendere che il presidente non ha affatto gradito l’iniziativa del premier Benjamin Netanyahu, sottolineando come l’approccio dell’inquilino della Casa Bianca sia diametralmente opposto: «Vuole salvare il petrolio, non bruciarlo». L’amministrazione Trump, che ha fatto del controllo del mercato energetico e del contenimento dei prezzi alla pompa uno dei suoi cavalli di battaglia politici, teme che immagini di depositi in fiamme possano far schizzare le quotazioni del greggio, vanificando gli sforzi compiuti e alimentando l’inflazione. Il sospetto, a Washington, è che la strategia israeliana miri a un indebolimento totale e permanente dell’economia iraniana, anche a costo di innescare una crisi energetica globale, mentre l’obiettivo americano appare più sfumato e orientato a una resa politica, più che alla distruzione materiale del paese.

Il nodo della leadership e la strategia della resa

Mentre gli F-35 sorvolano i cieli del Medio Oriente, a Teheran si consuma un’altra partita, forse la più delicata. La morte del vecchio leader durante i primi raid ha aperto una crisi di successione che l’Assemblea degli Esperti ha tentato di risolvere in fretta, individuando in una figura di primo piano – si parla di Ayatollah Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader – il nuovo, indiscusso timoniere della rivoluzione. Una scelta, questa, che Trump ha commentato con una punta di sarcasmo e minaccia, dichiarando che il nuovo corso non durerà a lungo senza l’approvazione americana e manifestando la sua preferenza per un leader interno, magari un militare pentito o un oppositore storico, sul modello di quanto accaduto in Venezuela. L’idea che filtra dagli ambienti vicini al tycoon è quella di una resa incondizionata del regime, con il nucleare azzerato e il paese aperto a un cambiamento guidato dall’interno, una posizione che stride con la pragmatica necessità israeliana di avere un nemico riconoscibile e indebolito, non necessariamente sostituito.

Gli obiettivi cangianti di Trump e la linea dura di Netanyahu

L’ambasciatore Stefano Stefanini, intervenuto sul tema, ha sottolineato come gli obiettivi dichiarati da Trump appaiano quantomeno cangianti: si passa dallo stop al programma nucleare, al controllo dei flussi petroliferi, fino all’esplicito cambio di regime, un minimo sindacale che cela in realtà una strategia confusa. Da una parte, infatti, il presidente americano parla di una guerra che potrebbe risolversi in tempi brevi, una semplice “escursione” per liberare il mondo dagli ayatollah; dall’altra, minaccia ritorsioni venti volte più dure se gli iraniani oseranno bloccare il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz. In questo contesto di dichiarazioni altisonanti e mosse tattiche, la posizione di Netanyahu appare più lineare, seppur più radicale: il premier israeliano, forte di un’opinione pubblica compatta e della storica occasione di eliminare la minaccia esistenziale rappresentata dall’Iran, spinge per continuare a colpire, per approfittare del momento di debolezza del nemico e non lasciargli tregua.

La resa dei conti nei cieli e il futuro dell’alleanza

Il cielo sopra Israele è stato rumoroso, giorno e notte, e la popolazione ha retto l’urto dei rifugi senza che questo incrinasse la sensazione di successo militare. Tuttavia, la spartizione degli obiettivi e il rifornimento in volo delle missioni non bastano più a nascondere le divergenze strategiche. Da un lato, Washington preme per una rapida conclusione delle ostilità, temendo che un conflitto prolungato possa degenerare in una guerra regionale senza fine e con costi insostenibili. Dall’altro, Gerusalemme ritiene che questa sia l’unica finestra storica per neutralizzare definitivamente la capacità missilistica e nucleare di Teheran, come dimostra la scelta di colpire infrastrutture energetiche che servono la popolazione civile, un’opzione che gli americani avevano finora sconsigliato per non alimentare l’odio verso l’occidente. E così, mentre Trump chiarisce di voler “condividere” con Netanyahu la decisione sulla fine della guerra, nei fatti l’intesa mai così salda mostra le prime crepe, proprio nel momento in cui l’Iran, tra la scelta di un nuovo leader e la minaccia della resa, cerca di giocare le sue ultime carte.

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