Barham Salih, dall'esilio iracheno alla guida dell'Unhcr
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’ex presidente iracheno Barham Ahmed Salih, la cui nomina a prossimo Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati è stata confermata ieri, porterà con sé, a partire dal primo gennaio 2026, un’esperienza di vita profondamente radicata nella realtà dei profughi. Salih, che ha sessantacinque anni ed è originario della regione curda dell’Iraq, conobbe infatti in prima persona, da giovane, la condizione di rifugiato quando fu costretto a fuggire nel Regno Unito per sottrarsi alle persecuzioni del regime di Saddam Hussein. Il segretario generale António Guterres, scegliendolo, ha rotto una consuetudine consolidata che riservava la leadership dell’agenzia a esponenti europei, spesso di area nordica, affidandola per la prima volta a un ex capo di Stato proveniente da una nazione mediorientale, l’Iraq appunto, che è stato a lungo teatro di conflitti e di conseguenti ondate di sfollati interni e di migrazioni forzate.
Il passaggio di consegne e il contesto operativo
A cedere il passo, dopo un mandato decennale che si concluderà il prossimo 31 dicembre, sarà l’italiano Filippo Grandi, il quale, assumendo l’incarico nel gennaio del 2016, ha diretto la risposta dell’Unhcr ad alcune delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi anni, da quella siriana a quella ucraina, fino ai recenti sviluppi in Sudan. L’agenzia, nonostante le significative riduzioni dei fondi umanitari registrate in questo anno, mantiene una capillare presenza operativa in ben 128 paesi, dove lavora la quasi totalità dei suoi oltre quattordicimila seicento dipendenti. Una struttura imponente, dunque, che dovrà essere guidata attraverso scenari complessi e risorse non sempre garantite.
Il peso di un'esperienza personale
“Come ex rifugiato, so come protezione e opportunità possano cambiare il corso di una vita”: con queste parole, pronunciate subito dopo l’ufficializzazione della nomina, Salih ha voluto sottolineare il legame diretto e quasi visceralmente sentito con il mandato dell’organizzazione che si appresta a dirigere. Un’affermazione che, al di là delle formalità, rivela la consapevolezza di chi, avendo vissuto sulla propria pelle la fuga e la ricerca di asilo, intende rinnovare quello slancio di solidarietà che portò, settantacinque anni fa, alla creazione dell’Alto Commissariato. La sua storia personale, segnata dall’accusa di appartenere al movimento nazionalista curdo e dalla necessità di costruirsi un futuro altrove, diviene quindi parte integrante del bagaglio con cui affronta questa nuova sfida.
Una nomina dal significato simbolico e operativo
La designazione di Salih non rappresenta, perciò, un semplice avvicendamento ai vertici di un’importante agenzia delle Nazioni Unite, ma assume un valore simbolico di rilievo, poiché colloca al suo timone una figura che proviene da uno di quei contesti geografici da cui, storicamente, si originano molti dei flussi di persone in cerca di sicurezza. Questo aspetto, unito alla sua lunga carriera politica nazionale culminata nella presidenza della Repubblica, gli fornisce una prospettiva unica, capace di coniugare la conoscenza delle dinamiche di potere internazionali con la comprensione delle necessità immediate di chi è costretto ad abbandonare la propria casa. Il suo compito consisterà nel guidare l’Unhcr attraverso un periodo di crescenti tensioni geopolitiche, mentre le crisi umanitarie si moltiplicano e la solidarietà globale appare spesso sotto stress.




