Berlino, nel vertice dei "volenterosi" spunta uno spiraglio per Kiev

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La disposizione dei posti a tavola, nella solenne Sala dei banchetti della Cancelleria tedesca, sembrava riflettere esattamente la posizione politica di chi vi sedeva al centro. Da un lato Volodymyr Zelensky, con il suo abbigliamento militare a ricordare la concretezza del conflitto; dall’altro Friedrich Merz, anfitrione longilineo e misurato. Tra i due, Giorgia Meloni, il cui ruolo mediano è emerso con chiarezza durante il lungo vertice dei paesi europei cosiddetti "volenterosi", riunitisi per discutere del sostegno a Kiev. Quell’incontro fiume, che ha visto un susseguirsi di consultazioni e pressioni, ha prodotto una dichiarazione congiunta la quale, pur tra molte cautele, disegna una possibile via d’uscita dallo stallo bellico. Un documento in cui si ribadisce, con fermezza, la necessità di proseguire ogni sforzo per sostenere un processo di pace che sia "giusto e duraturo", basandosi sul diritto internazionale e sulla Carta delle Nazioni Unite, mentre resta prioritaria la difesa di quel diritto stesso e, di conseguenza, il sostegno multidimensionale allo Stato aggredito.

Il nodo degli asset russi e la posizione italiana

Se all’esterno i gesti di cordonia – baci, abbracci e complimenti persino per l’acconciatura – hanno caratterizzato gli incontri tra i leader, nel chiuso della sala negoziale le tensioni non sono mancate. Giorgia Meloni si è trovata infatti a dover fronteggiare un pressante invito da parte di altri europei verso lo sblocco degli asset russi, una misura sulla quale il governo italiano continua a manifestare forti riserve, almeno per quanto concerne la formulazione giuridica e le possibili implicazioni. Una posizione di freno, la sua, che ha accompagnato anche la questione, ben più delicata, di un eventuale invio di militari, sul quale Roma mantiene un netto scetticismo. Tale approccio cauto, d’altronde, non ha impedito alla premier di svolgere un ruolo di mediazione, come dimostra anche il colloquio avuto in margine al vertice, il quale ha confermato la complessità di un dialogo che deve tenere conto di sensibilità diverse.

L’accordo al novanta percento e ciò che resta fuori

Nonostante le divergenze su punti specifici, il vertice di Berlino ha fatto registrare un’intesa di fondo che i partecipanti hanno quantificato come raggiunta "al novanta percento". Il documento finale, frutto di quella lunga trattativa, delinea per l’Ucraina una serie di impegni cruciali: garanzie di sicurezza, il percorso verso l’adesione all’Unione Europea, la costruzione di un esercito da ottocentomila soldati e il coinvolgimento attivo del gruppo dei "Volenterosi". Aspetti, questi, che disegnano un orizzonte di lungo periodo per Kiev. Tuttavia, proprio su uno dei nodi più spinosi – la questione del Donbas – l’intesa non è stata possibile, lasciando volutamente in sospeso una materia che tocca il cuore della sovranità territoriale ucraina e che, per sua natura, richiederebbe ben altri scenari negoziali. Intanto, all’Aja, prende forma un’altra iniziativa significativa: nasce la commissione del Consiglio d’Europa dedicata alla valutazione dei danni causati dall’aggressione russa, uno strumento che si inserisce nel solco della ricerca di una giustizia riparativa.

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