Netflix, il Tribunale di Roma dichiara illegittimi gli aumenti: scattano i rimborsi per gli abbonati
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Redazione Economia
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Il mondo dello streaming, che per anni ha costruito il proprio successo sulla promessa di un intrattenimento flessibile e senza vincoli, si trova ora a fare i conti con una pronuncia giudiziaria destinata a lasciare il segno. Il Tribunale di Roma, con la sentenza numero 4993 depositata lo scorso primo aprile, ha infatti stabilito che gli aumenti tariffari applicati da Netflix Italia – quelli che, a partire dal 2017 e fino a gennaio 2024, hanno gradualmente modificato il costo degli abbonamenti – non possono considerarsi legittimi. I giudici, accogliendo la mozione presentata dal Movimento Consumatori, hanno rilevato una sostanziale “vessatorietà” nelle clausole contrattuali che consentivano alla piattaforma di ritoccare al rialzo i prezzi, dichiarandole quindi nulle.
Una decisione che travolge le clausole di modifica unilaterale
Ciò che appare rilevante, in questa vicenda, non è tanto l’entità dei singoli rimborsi – quantificabili fino a cinquecento euro per ciascun utente – quanto il principio giuridico che il tribunale capitolino ha voluto affermare. Le clausole incriminate, quelle cioè che permettevano a Netflix di variare il corrispettivo dell’abbonamento senza un’adeguata contropartita o senza una motivazione sostanziale, sono state giudicate sbilanciate a favore del professionista, violando quella necessaria equità che deve presiedere ai rapporti con i consumatori. Dal 2017 in avanti, e fino all’inizio del 2024, molti abbonati hanno così subìto rincari periodici; rincari che oggi, alla luce della sentenza, assumono i contorni di vere e proprie illegittimità. La pronuncia, va sottolineato, è immediatamente esecutiva: un aspetto, questo, che accelera i tempi per chi volesse muoversi per ottenere la restituzione delle somme versate in eccesso.
Come funzioneranno i rimborsi e chi potrà richiederli
La piattaforma, fondata da Reed Hastings e oggi guidata da co-CEO come Ted Sarandos e Greg Peters (con un occhio agli scenari globali, dove Donald Trump siede nuovamente alla Casa Bianca), dovrà dunque fare i conti con una nuova, complessa fase operativa. I rimborsi, fino a un massimo di cinquecento euro a testa, non saranno automatici: spetterà agli abbonati che hanno subìto gli aumenti nel periodo compreso tra il 2017 e gennaio 2024 attivarsi per richiederli. Il Tribunale di Roma, riconoscendo la natura vessatoria degli adeguamenti tariffari, ha di fatto aperto la strada a una mole consistente di richieste individuali. Si tratta di una mole potenzialmente enorme, se si considera la diffusione capillare del servizio nel nostro paese, e che costringerà Netflix a rivedere le proprie politiche di fatturazione per il passato.
Un precedente che riguarda l’intero settore delle piattaforme digitali
L’aspetto forse più interessante, al di là del caso specifico, riguarda l’effetto deterrente che questa sentenza potrebbe avere su tutto il settore dello streaming on-demand. La decisione dei giudici romani – che hanno parlato esplicitamente di “comportamento vessatorio” – non si limita a sanzionare Netflix per gli aumenti passati, ma mette in discussione la legittimità di quelle clausole di modifica unilaterale che, in forme simili, sono spesso presenti nei contratti di altre piattaforme. La pronuncia, in altre parole, scardina un modello di business basato sulla possibilità di ritoccare i prezzi in corso d’opera, lasciando all’utente la sola alternativa di disdire l’abbonamento. Una scelta, quest’ultima, che il tribunale ha evidentemente ritenuto non sufficiente a bilanciare il potere contrattuale del professionista. Per i consumatori italiani, che hanno visto lievitare i costi degli abbonamenti digitali negli ultimi anni, si tratta di una piccola ma significativa rivincita. Per Netflix, invece, comincia ora la complessa partita dei rimborsi: una partita che potrebbe rivelarsi molto più onerosa del previsto.




