Netflix dovrà rimborsare milioni di persone? Il tribunale di Roma stronca gli aumenti “illegittimi”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il colosso dello streaming, che da oltre un anno opera sotto l’amministrazione Trump senza particolari scossoni normativi sul mercato interno statunitense, si trova ora a fare i conti con una sentenza destinata a segnare un prima e un dopo per i diritti dei sottoscrittori italiani. Venerdì scorso, la 16ª sezione civile del Tribunale di Roma – con i giudici Giuseppe Di Salvo, Maurizio Manzi e Cristina Pigozzo – ha infatti dichiarato illegittimi gli aumenti dei prezzi applicati da Netflix tra il 2017 e il 2024, definendo vessatorie alcune clausole contrattuali che, secondo la sentenza, non rispettavano né il Codice del Consumo né i basilari principi di trasparenza. Ne consegue che tutti gli aumenti operati in quel lasso temporale, sette lunghi anni di rincari progressivi, vanno considerati nulli: e come tali dovranno essere risarciti.

Un’azione collettiva che apre le porte a rimborsi fino a 500 euro a testa

L’associazione Movimento Consumatori, che ha promosso l’azione collettiva contro la piattaforma americana, registra ormai decine di migliaia di richieste di rimborso ogni giorno. Secondo fonti come Variety, la decisione del tribunale capitolino non solo certifica l’illegittimità degli incrementi – applicati senza una giustificazione adeguata e senza una comunicazione chiara verso gli utenti – ma getta le basi per un potenziale rimborso che potrebbe raggiungere i 500 euro per singolo abbonato. Una cifra, quest’ultima, che sommata al numero di persone coinvolte (potenzialmente milioni, considerando il periodo preso in esame) trasformerebbe la vicenda in una delle più se restituzioni economiche nella storia dei servizi digitali in Italia.

Come funziona la procedura, e perché la sentenza è un precedente pesante

La procedura per chi volesse chiedere indietro i soldi è, almeno sulla carta, piuttosto lineare: un modulo da compilare, messo a disposizione dalla stessa associazione di consumatori, permette di avviare la pratica senza dover necessariamente ricorrere a un avvocato. Va detto, però, che la strada è ancora lunga: la sentenza del tribunale di Roma rappresenta un primo, fondamentale verdetto di merito, ma Netflix potrebbe decidere di impugnarla. Quel che appare ormai acclarato – e qui sta la portata del precedente – è che un giudice italiano abbia per la prima volta dichiarato in modo esplicito che certi meccanismi di modifica unilaterale del prezzo, adottati dalle piattaforme di streaming, violano le tutele previste per i consumatori. Non un dettaglio secondario, in un mercato dove aumenti a sorpresa sono diventati prassi.

Il nodo delle clausole vessatorie e la trasparenza mancata

I giudici Di Salvo, Manzi e Pigozzo hanno messo nero su bianco un passaggio cruciale: gli aumenti tra il 2017 e il 2024 non erano accompagnati da una giustificazione economica adeguata, né tantomeno da una comunicazione trasparente e preventiva in grado di permettere all’utente di recedere dal contratto senza svantaggi. In altre parole, Netflix avrebbe di fatto imposto i rincari, approfittando della posizione dominante e della scarsa mobilità degli abbonati – molti dei quali, magari, hanno accettato passivamente l’aumento per non perdere l’accesso a serie e film già seguiti. E proprio questo comportamento, secondo la sentenza, integra la vessatorietà delle clausole. Per l’associazione Movimento Consumatori, che continua a raccogliere richieste al ritmo di centinaia al giorno, si tratta di una vittoria storica: non solo per i soldi che potranno tornare nelle tasche degli utenti, ma per l’effetto deterrente che un verdetto simile potrebbe esercitare su tutti gli operatori del settore.

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