La nuova via della seta dei paperoni: perché i super-ricchi lasciano Dubai (e scelgono Milano)
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Redazione Esteri
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Il vento del deserto sta cambiando direzione, portando con sé un insolito afflusso di capitali verso le guglie del Duomo. A più di un mese dall’escalation che ha coinvolto l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti, quella che sembrava una temporanea fuga degli ultra-ricchi dai grattacieli di Dubai si sta trasformando in una migrazione strutturale verso l’Europa, con Milano che emerge come l’hub privilegiato di questo nuovo esodo dorato. Il conflitto in Medio Oriente, destabilizzando le certezze geopolitiche di una regione fino a poco tempo fa considerata un’oasi per i grandi patrimoni, ha innescato un meccanismo di riallocazione dei capitali che sta ridisegnando la geografia della ricchezza globale. Mentre i comuni mortali affrontano un mercato immobiliare sempre più proibitivo, i cosiddetti "paperoni" – quelli che viaggiano con un patrimonio liquido a nove zeri – stanno puntando i riflettori sul capoluogo lombardo, spinti non solo dalla ricerca di sicurezza, ma anche da una convenienza fiscale che, nonostante i recenti rincari, rimane ancora imbattibile in Europa.
L’effetto della polvere da sparo sul mercato del lusso
Se fino a qualche settimana fa Dubai rappresentava la meta agognata per i ricchi britannici in fuga dal regime fiscale laburista, l’attuale scenario bellico ha improvvisamente cambiato le carte in tavola. L’odore della polvere da sparo, o meglio la chiusura degli spazi aerei e il caos dei missili che hanno costretto anche i vip a cercare riparo negli scantinati, ha restituito un valore inestimabile a quella che spesso diamo per scontata: la stabilità. E qui entra in gioco Milano, che secondo il “Market Report Italia 2026” di Engel & Völkers (realizzato con Nomisma) vede già il 64% delle transazioni immobiliari di lusso catalizzate da acquirenti internazionali. La città, quindi, non solo offre un rifugio fisico, ma garantisce anche l’accesso a un sistema Paese che, a differenza di altre nazioni, ha saputo costruire un’attrattiva basata su un mix vincente di cultura, moda e una tassazione agevolata per i neo-residenti. La guerra, insomma, ha semplicemente accelerato un processo già in atto, trasformando l’interesse occasionale in una necessità prioritaria per chi ha un patrimonio da proteggere.
La flat tax che fa gola (anche a 300mila euro)
Il vero motore di questo esodo, è bene dirlo, non è solo la paura, ma anche la convenienza. L’Italia, infatti, offre ai super-ricchi stranieri un regime fiscale che, nonostante sia stato appena ritoccato al rialzo dalla manovra del 2026, resta estremamente competitivo. Parliamo della cosiddetta “flat tax” per i nuovi residenti: un’imposta fissa di 300.000 euro annui sui redditi prodotti all’estero (più 50.000 per ogni familiare a carico). Una cifra che, per un magnate con milioni di euro di capitali mobiliari sparsi per il mondo, rappresenta una vera e propria manna, una “svuota Londra” (come la chiamano ironicamente gli esperti) che permette di azzerare il prelievo su dividendi e plusvalenze generate fuori dai confini nazionali.
Ma non è finita qui. Il governo, attraverso la recente riduzione dell’Iva sulle opere d’arte (dal 22% al 5%), ha aggiunto un ulteriore tassello a questa strategia di attrazione, creando un indotto culturale che piace molto a chi è abituato a vivere tra gallerie e aste. Si stima che il numero dei beneficiari di questa agevolazione abbia già superato le 4.000 unità (erano 3.600 a dicembre scorso), con una crescita esponenziale trainata proprio dagli ex residenti di Dubai e, prima ancora, da Londra.
Milano, la città che “funziona” e costa cara
A differenza di Roma o Venezia, che vivono spesso di rendita turistica, Milano ha il vantaggio di essere una città che “funziona” per chi ci vive tutto l’anno. Lo sottolineano anche le cronache internazionali: il capoluogo lombardo offre una finanza solida (Borsa Italiana), trasporti efficienti (come la nuova metropolitana “tap-in tap-out” e il collegamento superfast con Linate) e una ristorazione che sta alzando l’asticella fino ai livelli di Londra o New York. Questa efficienza, però, ha un prezzo altissimo per chi la città la abita già. I dati parlano chiaro: con un reddito netto familiare di circa 65.000 euro annui e un tasso di risparmio medio dell’8,5%, una famiglia milanese riesce a mettere da parte i soldi per comprare poco più di un metro quadrato all’anno. Un paradosso che sta letteralmente espellendo la classe media dal centro, relegata sempre più in periferia mentre il cuore pulsante della città si riempie di facoltosi stranieri.
L’assedio degli acquirenti e i prezzi alle stelle
L’arrivo di questi nuovi flussi di capitale ha già fatto schizzare i prezzi, creando una corsa a due velocità. Da un lato, il mercato popolare fatica a tenere il passo con l’inflazione; dall’altro, quello del lusso vola. Secondo gli ultimi rilevamenti, il prezzo medio al metro quadro a Milano ha toccato quota 5.192 euro a marzo, contro una media nazionale di 1.891 euro. Ma non si tratta solo di cifre: si parla di attici da oltre 20 milioni di euro e di palazzi storici ristrutturati con finiture di pregio. Le agenzie specializzate, come Lionard, registrano una crescita annua delle transazioni di fascia alta intorno al 20%, con un portafoglio medio clienti che supera i 5,2 milioni di euro e un aumento degli acquirenti internazionali stimato tra il 30% e il 40% rispetto a due anni fa. Le ville sui laghi e i palazzi nel centro storico sono sotto assedio, alimentati anche da algoritmi di intelligenza artificiale che aiutano i broker a intercettare i miliardari nel momento esatto in cui decidono di comprare. Quella che sta accadendo a Milano è, in definitiva, la fotografia di un mondo liquido dove il denaro, quando sente puzzo di bruciato, non ha patria e cerca solo un porto sicuro. Peccato che per chi quel porto lo chiama casa da sempre, l’approdo stia diventando sempre più costoso.




