Passaggio al bosco alla fiera romana: polemica tra gli scaffali di Più libri più liberi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La kermesse romana, che inaugurerà i battenti nella sua consueta sede, si trova al centro di un dibattito acceso ancor prima del via ufficiale, a causa della decisione dell’Associazione Italiana Editori di non ostacolare l’esposizione di una casa editrice il cui catalogo, stando alle contestazioni mosse da una parte significativa degli addetti ai lavori, si fonderebbe sulla riproposizione di temi e figure riconducibili a ideologie estremiste. La questione, sollevata pubblicamente da un esponente parlamentare, ha rapidamente superato i confini della polemica politica per investire direttamente il mondo della cultura, chiamando in causa il ruolo stesso delle fiere quale spazio di confronto aperto ma non neutrale, dove la libertà di espressione deve fare i conti con i limiti posti dalla memoria storica e dalla dignità delle persone.

La lettera degli ottanta e il catalogo contestato

A formalizzare il dissenso è stato un nutrito gruppo di firme, ottanta per l’esattezza, che include nomi noti della narrativa, della saggistica e del fumetto, i quali hanno rivolto all’Aie una richiesta di chiarimenti scritta, esprimendo stupore per la confermata partecipazione. Gli estensori del documento pongono l’accento sulla natura dei volumi pubblicati, molti dei quali, a loro dire, celebrerebbero in modo acritico personalità e vicende legate al ventennio fascista e all’antisemitismo, temi che, nel contesto di una manifestazione nazionale patrocinata da istituzioni pubbliche, vengono percepiti come una ferita aperta e una inaccettabile legittimazione culturale. La polemica, come spesso accade in simili frangenti, si è concentrata attorno alla definizione dei confini della libertà editoriale, un principio sacrosanto che tuttavia, secondo i firmatari, non può trasformarsi in un lasciapassare per la diffusione di contenuti che affondano le radici in ideologie discriminatorie e violente.

Le reazioni e il precedente giudiziario

La diatriba non è la prima a investire l’editore, già oggetto in passato di indagini da parte della magistratura, la quale aveva sequestrato alcuni titoli ritenuti apologetici di fascismo, in un procedimento che aveva fatto discutere per le sue implicazioni sulla libertà di stampa e sui reati di opinione. Quel percorso giudiziario, conclusosi senza condanne definitive ma lasciando un’ombra pesante sull’operato della casa editrice, costituisce oggi il fondamento principale delle critiche di chi ne contesta la presenza in fiera, sostenendo che si tratti di una realtà editoriale che ha oltrepassato, con la sua produzione, il limite del lecito storico e civile. D’altra parte, c’è chi intravede in questa esclusione una forma di censura preventiva, sebbene la posizione dell’Aie, almeno per il momento, sembri orientata a considerare la fiera uno spazio inclusivo per tutti gli editori associati, senza applicare filtri ideologici che rischierebbero di aprire un complicato dibattito sui criteri di ammissione.

Il nodo irrisolto della selezione in fiera

La situazione attuale presenta dunque un paradosso di non facile soluzione, poiché mette in luce l’assenza di un protocollo condiviso per gestire casi editoriali borderline, quelli che si collocano in una zona grigia tra il diritto di pubblicare e la responsabilità sociale della cultura. L’associazione di categoria, chiamata in causa direttamente, si trova a dover bilanciare il suo ruolo di garante della pluralità del settore con la necessità di non fornire alcuna forma di tributo, neppure involontario, a correnti di pensiero che la storia ha già giudicato. Mentre si avvicina la data di apertura, la discussione rischia di frammentare il pubblico e gli stessi espositori, alcuni dei quali potrebbero valutare forme di protesta simbolica durante lo svolgimento dell’evento, in un clima che si allontana dall’originario spirito festoso della manifestazione dedicata alla piccola e media editoria.

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