L’intelligenza artificiale sostituisce i giovani nel lavoro, e sono loro i più penalizzati dall’automazione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, ormai una realtà strutturale e non più una promessa futura, sta ridisegnando il mercato del lavoro con una velocità e una direzione precise che penalizzano soprattutto chi è all’inizio della propria carriera. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono tanto le mansioni ripetitive e manuali a essere le prime sotto assedio, quanto piuttosto quei ruoli impiegatizi e tecnici che tradizionalmente rappresentavano il primo gradino per i neolaureati e i giovani professionisti -6. La facilità con cui i modelli di linguaggio e gli algoritmi generativi svolgono compiti di codifica di base, analisi dati preliminari, redazione di documenti standard o gestione di richieste routinarie sta letteralmente erodendo il terreno sotto i piedi di chi cerca il primo impiego -3-4. I dati raccolti da diverse agenzie internazionali e società di consulenza, come quelli diffusi da Hays, parlano chiaro: le offerte per posizioni entry-level, in particolare in settori come il marketing, le risorse umane e l'ingegneria del software, hanno subito contrazioni drammatiche, in alcuni casi superando il settanta per cento dalla diffusione su larga scala di ChatGPT -6.

L’allarme degli stessi giganti della tecnologia

La tendenza è talmente marcata da essere confermata dai massimi dirigenti delle aziende che guidano la rivoluzione tecnologica in corso. Nel corso di un’intervista congiunta a Davos, Demis Hassabis di Google DeepMind e Dario Amodei di Anthropic hanno espresso previsioni che mettono i brividi: non solo si sta già osservando un rallentamento nell’assunzione di figure junior e tirocinanti, ma si prevede che l’intelligenza artificiale potrebbe arrivare a rendere superflua fino alla metà delle posizioni di ufficio di livello iniziale. È una dinamica che Mustafa Suleyman, responsabile dell’IA per Microsoft, ha descritto con termini netti, parlando di un futuro prossimo in cui “miliardi di menti digitali” affiancheranno o sostituiranno i lavoratori umani in gran parte delle attività che si svolgono davanti a uno schermo. Ciò che sta accadendo è che l’azienda tipo, di fronte alla possibilità di automatizzare un compito, sceglie la strada dell’efficienza, e questo colpisce direttamente quei ruoli che fino a ieri erano il banco di prova per migliaia di giovani.

Il paradosso della produttività e la trappola del tecnostress

Se inizialmente si era diffusa la narrazione per cui l’intelligenza artificiale avrebbe liberato tempo, consentendo di lavorare meno e meglio, la realtà che emerge dalle analisi sul campo è profondamente diversa. La ricerca citata dall’Agenzia Dire mostra come, negli uffici ad alta densità di strumenti AI, non si lavori meno, ma molto di più: il tempo risparmiato grazie all’automazione viene immediatamente reimpiegato per svolgere un numero maggiore di attività, aumentando la produttività complessiva ma anche il carico di lavoro e, di conseguenza, il cosiddetto “tecnostress”. Per i lavoratori più giovani, che si affacciano ora al mondo del lavoro, questa dinamica si traduce in una competizione spietata non solo con i colleghi più esperti, ma con macchine in grado di fare il loro stesso lavoro in una frazione del tempo. La paura di diventare obsoleti, la FOBO (Fear of Becoming Obsolete), è un sentimento sempre più diffuso tra le nuove generazioni, come documentato da un sondaggio britannico in cui oltre il settanta per cento dei giovani si dichiara ansioso per l’impatto dell’AI sulla sicurezza del proprio posto di lavoro.

Un’istruzione superata e una transizione senza rete

La difficoltà per i giovani non risiede soltanto nella scomparsa dei posti di lavoro tradizionali, ma anche nella crescente distanza tra ciò che viene insegnato nei percorsi formativi e ciò che il mercato richiede. Secondo le analisi di Hays, solo una percentuale esigua dei giovani lavoratori si sente veramente sicura nell’utilizzare strumenti di intelligenza artificiale generativa in modo efficace e critico, una competenza ormai indispensabile. Mentre le aziende spingono per l’adozione di queste tecnologie, il sistema educativo appare in affanno, con molti studenti che dichiarano di non essere incoraggiati a usarle in contesti accademici, creando una frattura preoccupante. L’avvertimento lanciato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel suo rapporto “Tendenze sociali e dell’impiego 2026” è inequivocabile: nei paesi ad alto reddito, proprio i giovani con un’istruzione avanzata rischiano di trovare le maggiori difficoltà di inserimento, perché le loro competenze, seppur elevate, sono spesso quelle più facilmente replicabili dagli algoritmi. Il risultato è una generazione che, pur avendo investito in formazione, si trova a fare i conti con una sostituzione tecnologica che procede a ritmo serrato, senza che vi sia ancora una strategia chiara per gestire questa profonda trasformazione del lavoro.

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