Chi fermerà Infantino? È già pronto il Mondiale a 64 squadre: una competizione monstre divisa fra tre continenti

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il primo Mondiale a 48 squadre è appena finito, con la finale giocatasi a luglio tra le nazionali di Argentina e Francia che ha regalato emozioni e spettacolo, ma il presidente della Fifa Gianni Infantino sembra già proiettato verso un orizzonte ben più ambizioso.

L'anticipazione, che ha scosso gli ambienti del calcio mondiale e non solo, è arrivata dal numero uno della Conmebol Alejandro Dominguez, il quale ha pubblicato un post sul social network X ipotizzando che l'edizione del 2030, quella che celebrerà il centenario della Coppa del Mondo, potrebbe trasformarsi in una competizione extralarge con la partecipazione di ben 64 nazionali.

Una bulimia organizzativa che, se confermata, stravolgerebbe completamente il senso e il valore di quella che è storicamente considerata la massima vetrina per il calcio delle nazionali, riducendo la fase finale a un torneo dalle dimensioni forse sproporzionate. Dominguez, nel suo messaggio, ha parlato di un evento che si giocherà tra Uruguay, Argentina e Paraguay, le terre che ospitarono la prima edizione della Coppa del Mondo, e ha aperto uno scenario destinato a far discutere per mesi.

Adesso il pallone passa nelle mani di Infantino, che dovrà decidere se confermare queste indiscrezioni, smentirle categoricamente o limitarsi a tacere, lasciando che l'eco di una simile rivoluzione si propaghi senza freni.

La formula dell'edizione extralarge e la perdita di valore della qualificazione

Se l'ipotesi dovesse diventare realtà, il mondiale del 2030 si presenterebbe come un torneo monstre, capace di coinvolgere quasi un terzo delle 211 federazioni affiliate alla Fifa, un numero che rende l'idea di quanto l'evento andrebbe a dilatarsi.

In attesa di una presa di posizione ufficiale da parte del massimo organismo calcistico internazionale, è già possibile immaginare la struttura che potrebbe assumere una competizione con sessantaquattro squadre, una formula che probabilmente prevederebbe una fase a gironi con sedici gruppi da quattro squadre ciascuno, seguita da un tabellone a eliminazione diretta che si snoderebbe per ben sei turni, dai sedicesimi di finale fino alla finalissima.

Tuttavia, una simile espansione solleva più di un dubbio sulla sostenibilità del torneo, non solo dal punto di vista logistico, con tre continenti coinvolti (Sudamerica, ma con possibili diramazioni in Europa e Africa), ma anche per quanto riguarda il valore stesso della qualificazione.

Non diciamo che per l'Italia sarebbe più difficile fallire l'ennesima qualificazione, perché con la storia recente degli azzurri, fatta di mancate partecipazioni, è meglio non gridare vittoria troppo presto, ma è innegabile che un Mondiale con così tante squadre perderebbe gran parte del fascino che lo contraddistingue.

Le fasi di qualificazione, che attualmente rappresentano un percorso impervio e selettivo, si trasformerebbero in un lungo rito di passaggio quasi obbligato per molte nazionali che oggi faticano ad arrivare fino alla fase finale, svuotando così di significato le sfide che per decenni hanno infiammato i continenti.

La bulimia della Fifa e il business che travolge il calcio

Il pensiero che corre immediato agli addetti ai lavori è che la bulimia della Fifa, sotto la guida di Gianni Infantino, non conosca più alcun tipo di freno e che il calcio, inteso come competizione pura, stia lasciando progressivamente il posto a una macchina da soldi destinata a macinare introiti pubblicitari e diritti televisivi.

L'ampliamento a 64 squadre non è che l'ultimo tassello di una strategia iniziata con l'allargamento a 48 partecipanti, già ampiamente criticato per aver appesantito il calendario e ridotto la qualità spettacolare di alcune partite, e che ora sembra puntare a un traguardo forse esagerato per celebrare il centenario della Coppa del Mondo.

Una competizione così vasta, articolata su tre continenti come accadrà per il 2030, rischia di diventare un carrozzone ingestibile, dove le distanze chilometriche e i fusi orari diversi metterebbero a dura prova gli atleti, già sottoposti a un carico di impegni insostenibile tra campionati e coppe internazionali.

L'idea di vedere sfilare nazionali di secondo e terzo livello, che oggi non avrebbero alcuna possibilità di qualificarsi, potrebbe trasformare la fase a gironi in una lunga serie di partite senza mordente, con punte altissime di divario tecnico tra le squadre, allontanando sempre di più lo spettatore dalla qualità del gioco.

E se da un lato la prospettiva di vedere paesi esotici o storicamente minori partecipare alla festa mondiale può apparire suggestiva, dall'altro il rischio concreto è quello di banalizzare l'evento, rendendolo un gigantesco contenitore commerciale dove lo sport diventa l'ultimo degli interessi in campo.

Le polemiche e le incognite in attesa della decisione ufficiale

Mentre il mondo del pallone prova a fare i conti con uno scenario da capogiro, le polemiche non si sono fatte attendere, con tifosi e addetti ai lavori che hanno subito sollevato perplessità sul futuro della competizione, temendo che un Mondiale così allargato possa perdere la sua anima e trasformarsi in una kermesse fine a sé stessa.

La frase provocatoria "Coraggio Infantino, a quando il Mondiale con 128 squadre?" è già diventata un tormentone sui social, a sottolineare come l'operato del presidente della Fifa venga ormai percepito come una corsa senza limiti verso l'ignoto, dove il rispetto per la tradizione calcistica viene sacrificato sull'altare del guadagno economico.

In attesa che la Fifa confermi o smentisca le parole del sudamericano Dominguez, resta il fatto che una decisione di tale portata avrebbe ripercussioni epocali sull'organizzazione dei prossimi eventi, a partire dalla distribuzione dei posti per ogni confederazione, che verrebbe inevitabilmente stravolta per accontentare gli interessi politici interni al consesso internazionale.

L'Uefa, ad esempio, potrebbe vedere aumentare il proprio contingente di squadre, mentre l'Africa e l'Asia, forti dei loro blocchi di voto, pretenderebbero un trattamento di favore che potrebbe complicare ulteriormente i già delicati equilibri interni alla Fifa.

Tuttavia, al di là delle speculazioni politiche, ciò che appare evidente è che il calcio, come lo abbiamo conosciuto fino a oggi, sta vivendo una trasformazione radicale, dove la parola d'ordine sembra essere espansione a tutti i costi, anche a discapito della qualità e della tradizione, e dove un torneo che dovrebbe rappresentare il sogno di ogni calciatore rischia di diventare un evento di massa privo di quell'aura leggendaria che ha reso celebri edizioni come quelle del 1970 o del 2006.

La palla, ora, è nel campo di Infantino e dei suoi collaboratori, ma il pensiero comune, tra i tifosi e gli osservatori più attenti, è che la direzione ormai sia segnata: il Mondiale a 64 squadre non è più un'utopia, ma un'ipotesi concreta che potrebbe diventare realtà, senza che nessuno, apparentemente, possa mettere un freno a questa deriva.

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