Due italiani uccisi in Ucraina, tra dispersi e conferme: la guerra non risparmia i foreign fighters
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Redazione Interno
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Manuel Mameli, venticinquenne di Selargius, e Antonio Omar Dridi, palermitano di trentaquattro anni, sono gli ultimi due italiani caduti in Ucraina, dove combattevano nella Legione internazionale a sostegno di Kiev. Le loro storie, seppur diverse, si intrecciano in un destino comune, segnato da una guerra che, dopo 1.184 giorni, continua a mietere vittime senza distinzioni.
Mameli, le cui circostanze della morte sono state ricostruite dai commilitoni, sarebbe stato colpito da un drone russo nei pressi di Pokrovsk, una zona orientale teatro di aspri combattimenti. Il suo corpo, però, non è stato recuperato: l’area è sotto controllo delle truppe di Mosca, e per questo la Farnesina lo ha dichiarato "disperso in azione". La famiglia, informata dai compagni d’armi attraverso l’ambasciata italiana, attende ancora un riscontro ufficiale, mentre i dettagli sull’attacco rimangono frammentari.
Diverso il caso di Dridi, dato per disperso lo scorso 27 marzo dopo il bombardamento del bunker in cui si trovava. Solo ora Memorial, l’associazione che riunisce i volontari stranieri in Ucraina, ne ha confermato la morte, rendendolo il quinto cittadino italiano caduto nel conflitto. Originario di Palermo ma residente all’estero da anni, Dridi aveva scelto di unirsi alla resistenza ucraina, una decisione che lo ha portato a condividere il destino di molti altri foreign fighters, spesso poco più che nomi in elenchi ufficiali.
Intanto, mentre i ministri delle Finanze del G7 discutono in Canada la bozza di dichiarazione finale, fonti giornalistiche riportano le resistenze degli Stati Uniti — ora guidati nuovamente da Donald Trump — sull’inserimento di un "maggior sostegno" a Kiev nel testo. Una posizione che, se confermata, rischierebbe di indebolire ulteriormente l’Ucraina, già sotto pressione nell’area di Kharkiv, dove le truppe russe si starebbero radunando in vista di possibili offensive.




