Argento in picchiata dopo la mossa del Cme, il vento potrebbe cambiare
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Redazione Economia
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Il prezzo dell’argento, che aveva concluso il 2025 con una corsa straordinaria vicina al 150%, ha subito una brusca frenata nell’ultima sedata dell’anno. Le contrattazioni, caratterizzate da un’alta volatilità, hanno perso fino all’8% per poi assestarsi, attorno alle ore 16, su un calo del 5% a 72,6 dollari l’oncia. La mossa che ha innescato la correzione viene dal Chicago Mercantile Exchange, il maggiore mercato mondiale per i derivati e le materie prime, il quale ha deciso di innalzare i margini richiesti ai trader per operare in acquisto e vendita del metallo prezioso. Questa decisione, tecnica ma dal peso specifico notevole, ha imposto una pausa di riflessione ai mercati dopo una cavalcata che aveva visto l’argento, insieme all’oro e ad altri metalli, raggiungere livelli storici.
L'anno da record che ha travolto tutti i metalli
Il 2025, d’altronde, si è chiuso come un annus mirabilis per l’intero settore delle materie prime, un trend trainato dall’inasprirsi delle tensioni commerciali – con l’amministrazione del presidente Donald Trump che ha mantenuto una linea dura sui dazi – e dal perdurare dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. In questo contesto, l’oro ha riconquistato pienamente il suo ruolo di bene rifugio per eccellenza, toccando il record di 4.583 dollari l’oncia con un rialzo annuo superiore al 72%, il più rapido dal 1979. Una spinta poderosa, alimentata dalla domanda delle banche centrali, dal processo di de-dollarizzazione e dagli acquisti via Etf, che ha sollevato tutte le barche: l’argento ha toccato i 75 dollari, il platino e il palladio hanno registrato incrementi significativi, e persino il rame ha beneficiato della generale euforia.
I fattori di una crescita senza precedenti
La convergenza di elementi diversi, alcuni strutturali e altri più congiunturali, ha creato il terreno fertile per tali performance. Oltre alle già citate turbolenze geopolitiche, che spingono gli investitori verso asset tangibili, ha giocato un ruolo cruciale l’allineamento delle politiche monetarie delle principali banche centrali, con la Federal Reserve che ha avviato un ciclo di tagli dei tassi di interesse. Questa mossa, che rende meno remunerativi gli investimenti in obbligazioni, ha dirottato ingenti flussi di capitali verso i metalli preziosi, considerati una copertura contro l’inflazione e l’incertezza valutaria. Il risultato è stato un rally così ampio da coinvolgere, in misura variabile, l’intera categoria.
Le prospettive dopo l'intervento correttivo
L’aumento dei margini deciso dal Cme agisce, in un certo senso, come un freno moderatore su un mercato che aveva mostrato segni di surriscaldamento. Esso, infatti, richiede agli operatori di impegnare più capitale per mantenere le stesse posizioni, rendendo alcune speculazioni meno convenienti e favorendo una fisiologica presa di benefici. Questa correzione tecnica, per quanto brusca, non cancella d’un tratto i fondamentali che hanno sostenuto il mercato nell’anno appena trascorso. La domanda istituzionale per l’oro rimane robusta, le tensioni internazionali non accennano a placarsi, e la politica monetaria accomodante continua a caratterizzare lo scenario macroeconomico. Ciò che emerge, pertanto, è un quadro dove la volatilità rimane un ingrediente inevitabile, mentre il mercato cerca un nuovo equilibrio dopo una delle corse più intense della storia recente.




