Giustizia, i direttori in protesta sulle famiglie professionali: “Così si smantella l’unica vera riforma”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il malcontento che serpeggia tra i vertici amministrativi degli uffici giudiziari italiani è esploso, assumendo i contorni di una vera e propria protesta, subito dopo la definizione del nuovo accordo sulle “famiglie professionali”. A sollevare il polso della situazione, riportata da ItaliaOggi, è la presa di posizione netta dei direttori della giustizia, i quali vedono nell’intesa siglata – fatta eccezione per la Fp Cgil – un pericoloso arretramento, se non addirittura lo “smantellamento” delle innovazioni introdotte negli ultimi anni. Al centro della disputa, che rischia di avere ripercussioni pesanti sul funzionamento quotidiano dei tribunali, finiscono i circa 8.500 addetti all’Ufficio per il processo, figure assunte a termine grazie ai fondi del Pnrr, il cui destino appare ora segnato da una riallocazione delle mansioni che molti giudicano semplicemente come un declassamento funzionale.

Il “pasticciaccio” di via Arenula e la bocciatura del segretario Anm

Non si tratta, a ben guardare, di una semplice querelle sindacale. Rocco Maruotti, pm a Rieti e segretario dell’Associazione nazionale magistrati, ha usato parole pesantissime per bollare il piano governativo, descrivendolo come la fine dell’ “unica vera riforma” in materia di giustizia degli ultimi anni. Il contratto collettivo, che riorganizza le “famiglie professionali e relative competenze”, nelle more di un’attuazione dell’art. 18 CCNL, è stato giudicato una mera operazione nominalistica; di fatto, ci si limita a cambiare l’etichetta dei vecchi profili – cancellieri, assistenti giudiziari – senza creare quella nuova figura di “assistente del giudice” che gli addetti al processo avevano iniziato a incarnare, portando avanti un lavoro specializzato che ha reso più celere l’attività giudicante. L’allarme lanciato dal segretario dell’Anm, in particolare, verte sulla sorte dei precari del Pnrr: i loro contratti scadranno il 30 giugno e, sebbene il governo abbia stanziato fondi per una loro stabilizzazione (sebbene parziale), l’inquadramento previsto è quello di “funzionari dei servizi giudiziari”.

La posizione dei direttori e le criticità dell’accordo

Questa nuova qualifica, spiegano i direttori in protesta, li adibirebbe a mansioni amministrative del tutto simili a quelle dei cancellieri, privando i giudici di quel supporto diretto, “decisivo” per migliorare il servizio giustizia. È qui che si inserisce il nodo più spinoso della vicenda: l’accordo, firmato lo scorso 29 aprile dai sindacati (tranne la Fp Cgil, che aveva mostrato lungimiranza a suo tempo), conferma i direttori “ad esaurimento”, cioè in una fase di transizione che non porta a nessuna reale evoluzione di carriera. Quelle che erano state concepite come mansioni di alta specializzazione, a contatto con la materia giudicante per smaltire l’arretrato del Piano nazionale di ripresa e resilienza, rischiano ora di essere normalizzate in compiti burocratici standard. I diretti interessati denunciano un paradosso: mentre il governo (attraverso le dichiarazioni del sottosegretario Sisto) assicura che “tutte le professionalità saranno confermate”, la struttura del nuovo ordinamento professionale ne stravolge la natura, vanificando un investimento formativo che aveva prodotto risultati concreti in termini di efficienza.

Il futuro dei precari e le tensioni con il ministro

Questa protesta giunge in un clima di già accesa tensione tra la magistratura associata e il ministro Carlo Nordio. Basti pensare che, anche in occasione di altri episodi di cronaca (come il caso della famiglia nei boschi, che aveva visto l’Anm intervenire a difesa dei giudici minorili), il segretario Maruotti e il Guardasigilli si erano trovati su fronti opposti. Oggi, però, il campo di battaglia è squisitamente organizzativo. L’accordo sulle famiglie professionali, bloccato dal 2010 e finalmente ripreso, viene letto dai magistrati come un tentativo di smantellare una struttura di lavoro che aveva reso i giudici meno dipendenti dalla macchina amministrativa tradizionale. E se è vero che dal ministero filtrava la volontà di non disperdere le competenze acquisite, i dettagli dell’intesa dicono l’esatto contrario: una volta trasformati in semplici funzionari, quegli assistenti non potranno più svolgere le attività di supporto diretto al giudice per cui erano stati formati. Per l’Anm, come ribadito da Maruotti, questa prospettiva rappresenta un “pericoloso passo indietro” e uno spreco delle risorse umane formate con i fondi europei, una posizione che i direttori della giustizia fanno ora propria, alzando la voce per scongiurare quella che considerano una riforma al contrario.

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