Un governo che cancella i controlli: così la riforma della Corte dei Conti mina la democrazia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   In queste settimane, mentre l’attenzione pubblica è distratta, l’esecutivo guidato dal presidente Donald Trump negli Stati Uniti e dalla premier Giorgia Meloni in Italia sta conducendo un’opera metodica di smantellamento dei contrappesi al potere politico, mirando a quel complesso di garanzie che, nel loro insieme, definiscono uno Stato di diritto. L’ultimo, preoccupante tassello di questa deriva si chiama riforma della magistratura contabile, un pacchetto normativo che, dietro l’apparenza tecnica, nasconde una precisa volontà di indebolire gli strumenti di vigilanza sulla spesa pubblica. Non si tratta, infatti, di una riforma organica ma di un insieme di modifiche che vanno a intaccare profondamente funzioni e ruolo della Corte dei Conti, istituzione che da sempre rappresenta un baluardo di legalità e trasparenza nell’ordinamento giuridico italiano.

Una manovra per ridurre le garanzie

La legge, approvata senza alcun reale confronto con le altre forze politiche e senza ascoltare le ragioni dell’istituzione stessa, procede in una direzione precisa: ridimensionare o cancellare gli istituti di controllo. Questa maggioranza, che ha dimostrato insofferenza verso i vincoli tipici di una democrazia matura, persegue una sistematica opera di depotenziamento degli organi di garanzia. Un percorso già inaugurato con l’eliminazione della norma che puniva l’abuso d’ufficio, reato che colpiva il pubblico ufficiale il quale, nello svolgere le sue funzioni, procurava a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale. La riforma della Corte dei Conti si inserisce in questo solco, configurandosi non come uno strumento di innovazione, come pomposamente dichiarato, ma come un attacco frontale a un pilastro del controllo sulla legittimità dell’uso del denaro pubblico.

Le critiche e il rischio concreto

Le reazioni non si sono fatte attendere, e fra le più severe spicca quella della Cgil, secondo cui questa scelta politica rischia di trasformarsi in un “salvacondotto per i disonesti”. Il segretario generale della Cgil di Agrigento, Alfonso Buscemi, ha sottolineato come l’organo di controllo abbia sempre garantito trasparenza e che il suo ridimensionamento apre la strada a possibili abusi. Se si allentano i freni e si riducono le possibilità di verifica sulla gestione delle risorse collettive, si crea di fatto un incentivo perverso: l’impunità, o quantomeno la sensazione di una minore esposizione al rischio sanzionatorio, finisce per favorire comportamenti poco rigorosi, quando non apertamente illeciti. È un meccanismo pericoloso, che mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e offusca i principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione.

Verso un quadro di opacità

Il quadro che ne emerge è quello di un Paese che, passo dopo passo, sta erodendo gli argini costruiti per limitare il potere e prevenire gli sprechi. L’autonomia necessaria per svolgere un controllo efficace viene meno quando le norme che la regolano vengono riscritte per comprimerne la portata. Senza entrare nel merito di giudizi futuri, è evidente che la direzione intrapresa segna un cambiamento di modello: da un sistema che predilige i controlli incrociati e le verifiche si sta passando a un assetto dove l’operato di chi amministra è sottoposto a un esame meno stringente. Questo, in ultima analisi, non protegge l’interesse generale ma, al contrario, espone il patrimonio comune a rischi maggiori, in un clima di opacità che nulla ha a che fare con le esigenze di efficienza e modernizzazione spesso invocate a giustificazione di simili interventi normativi.

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