Il volo numero 13 di Starship: l'ammaraggio morbido e il mistero del booster disperso

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La corsa allo spazio della SpaceX ha segnato un altro, significativo capitolo con il tredicesimo volo di prova del sistema Starship, il lanciatore superpesante destinato a rivoluzionare l'accesso allo spazio profondo. Decollato giovedì scorso, poco dopo le 18:50 ora della costa orientale degli Stati Uniti (le 0:50 in Italia), il colossale razzo si è sollevato dalla piattaforma di lancio di Starbase, a Boca Chica in Texas, trainato dal potente booster Super Heavy.

Una missione, questa, che è stata definita dalla stessa azienda come la migliore finora tentata, segnando un netto passo avanti dopo anni di test che hanno spesso visto il prototipo concludere la sua corsa in spettacolari esplosioni o ammaraggi violenti.

La missione V3 e il successo del rientro

Il volo, identificato come Flight 13, rappresenta l'ennesimo banco di prova per il gigante d'acciaio inossidabile, che nella sua configurazione V3 raggiunge un'altezza di 124 metri. La missione ha visto il secondo stadio, noto come Ship, intraprendere una traiettoria suborbitale che dall'emisfero occidentale lo ha condotto fino alle acque dell'Oceano Indiano, al largo della costa dell'Australia occidentale.

L'evento clou di questo test è stato senza dubbio il rientro dell'astronave, che ha toccato la superficie dell'oceano con una dolcezza inaspettata, tanto da rimanere integra e a galla per diversi giorni dopo l'ammaraggio. Una fotografia diffusa dalla stessa SpaceX ha immortalato la navetta, che per la sua forma slanciata è stata paragonata a un'orca, ancora fluttuante placidamente sulle onde, a testimonianza della straordinaria riuscita della manovra di atterraggio controllato.

Le informazioni raccolte durante questa fase sono cruciali per l'azienda, che intende perfezionare la tecnologia di protezione termica e i sistemi di controllo in vista del futuro recupero e riutilizzo completo dei veicoli.

Il fallimento nella cattura del booster

Non tutto, tuttavia, è andato secondo i piani più ambiziosi di Elon Musk. Se il rientro della navicella è stato un trionfo dal punto di vista ingegneristico, lo stesso non si può dire per il primo stadio del razzo, il booster Super Heavy. Al termine della sua spinta, il gigantesco propulsore avrebbe dovuto essere recuperato tramite la complessa manovra "Mechazilla", che prevede la sua cattura al suolo tramite bracci meccanici posizionati sulla torre di lancio.

Una procedura che, come nei precedenti tentativi, non è andata a buon fine, costringendo il booster a un ammaraggio controllato in mare, dove è andato presumibilmente distrutto o disperso. Questo fallimento parziale, tuttavia, non ha offuscato il giudizio complessivo sulla missione, considerata un grande successo per il programma spaziale privato.

Il rilascio dei satelliti e gli esperimenti a bordo

Il volo di prova, della durata di circa un'ora, non è stato solo un test di resistenza strutturale e di manovre di volo, ma ha anche ospitato un carico utile sperimentale di notevole interesse. SpaceX ha infatti rilasciato lungo la traiettoria venti satelliti, descritti come "di nuova generazione", per testare il dispiegamento in orbita di carichi utili da parte del nuovo vettore.

Questa operazione si è inserita in un contesto più ampio di sperimentazione, combinata con l'esperimento sul rientro che ha permesso di raccogliere una mole di dati senza precedenti sul comportamento della navetta alle altissime temperature generate dall'attrito atmosferico. La riuscita di entrambi gli obiettivi primari, ovvero il rilascio dei satelliti e l'integrità strutturale della Ship fino all'impatto con l'acqua, segna un punto di svolta rispetto ai test precedenti, dove la sopravvivenza del veicolo durante la fase di rientro rappresentava il principale ostacolo da superare.

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