Meningite B, Bonanni: “Rischio focolai anche in Italia, subito nei Lea il vaccino per adolescenti”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’ondata di meningite che ha colpito il Kent, nel sud dell’Inghilterra, continua a tenere banco nelle cronache sanitarie internazionali, ma a distanza di settimane dall’inizio dell’emergenza – quella che le autorità britanniche hanno definito una situazione “senza precedenti” – è il fronte italiano a registrare le reazioni più accese sul piano della prevenzione. Nonostante il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) abbia cercato di arginare l’allarme, confermando la bassa probabilità di una propagazione su larga scala nel continente, il focolaio scoppiato tra gli studenti universitari e delle scuole secondarie di Canterbury riaccende un dibattito, nel nostro Paese, che sembrava essersi sopito: quello sulle coperture vaccinali disomogenee contro il meningococco B, specialmente nella fascia d’età più colpita da questo specifico cluster epidemico, quella degli adolescenti. A lanciare l’ennesimo campanello d’allarme è Paolo Bonanni, professore di Igiene all’università di Firenze e figura di riferimento del “Calendario vaccinale per la vita”, il quale, in un intervento ripreso dall’Adnkronos Salute, sottolinea come un’evoluzione simile a quella registrata nel Regno Unito non possa essere esclusa nemmeno sul suolo nazionale.

Secondo gli ultimi aggiornamenti forniti dalla UK Health Security Agency (Ukhsa), i casi collegati al focolaio – che si ritiene abbia avuto origine nella discoteca Chemistry di Canterbury tra il 5 e il 7 marzo – hanno raggiunto quota 29, con due decessi che hanno colpito rispettivamente una studentessa diciottenne e uno studente universitario di 21 anni. L’epidemia, che ha mostrato segni di aver superato il picco secondo gli esperti britannici, ha innescato una risposta sanitaria massiccia: oltre 13 mila dosi di antibiotici sono state distribuite nella contea e più di 10 mila vaccini contro la meningite B sono già stati somministrati, con la priorità data agli studenti, considerati la categoria a più alto rischio di esposizione e, al contempo, i principali trasmettitori del batterio.

La fotografia italiana tra sorveglianza e disomogeneità

Se la gestione del focolaio viene giudicata positivamente da esperti come Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, che parla di una risposta “decisa” e ben orchestrata, è proprio la natura del batterio in circolazione – il sierogruppo B, il più subdolo e diffuso – a far convergere l’attenzione sulle falle del sistema italiano. Bonanni ricorda che nel nostro Paese si registrano in media circa 150 casi l’anno, una cifra che, a suo avviso, potrebbe essere sottostimata a causa delle forme atipiche che sfuggono alle diagnosi routinarie. Sebbene i sistemi di sorveglianza siano affidabili, la vera criticità, spiega l’igienista, risiede nella disparità di accesso alla vaccinazione per i ragazzi. Mentre per i sierogruppi A, C, W e Y esiste un vaccino quadrivalente che viene offerto gratuitamente con un richiamo nell’adolescenza, lo stesso principio non vale per il vaccino anti-meningococco B, la cui somministrazione nella fascia 12-18 anni non è inclusa nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) a livello nazionale. Ne consegue un mosaico regionale a macchia di leopardo: attualmente, la vaccinazione gratuita per gli adolescenti è garantita solo in 14 Regioni su 21, lasciando scoperte aree come Toscana, Piemonte, Valle d’Aosta, Umbria, Abruzzo e parte della Sardegna, mentre in altre province, come quella di Bolzano o il Friuli Venezia Giulia, l’offerta è condizionata a una richiesta esplicita.

Il confronto con il modello britannico e le lezioni del passato

L’esperienza del Kent offre uno spaccato interessante su come l’efficacia delle campagne vaccinali dipenda anche dalla rapidità della macchina organizzativa. Lì, l’identificazione del luogo del contagio – un locale notturno frequentato da centinaia di giovani – ha permesso di attivare subito la profilassi antibiotica e la vaccinazione mirata, contenendo quello che molti avevano temuto potesse diventare un disastro sanitario di proporzioni maggiori. Le cifre parlano chiaro: con 18 pazienti ancora ricoverati ma il numero di nuovi contagi in decrescita, le autorità hanno scongiurato il peggio. Tuttavia, proprio questa capacità di risposta immediata, in Italia, si scontra con un vuoto normativo. Bonanni sottolinea come, a differenza di quanto accade per i neonati – dove la vaccinazione anti-meningococco B è raccomandata e offerta a partire dai primi mesi di vita, proteggendo la fascia più vulnerabile sotto i 5 anni – gli adolescenti rimangano in una sorta di terra di nessuno vaccinale. Eppure, come evidenziato dallo stesso esperto, è proprio questa fascia d’età a giocare un ruolo cruciale: non solo perché particolarmente esposta alla malattia in contesti di aggregazione come scuole e discoteche, ma anche perché funge da serbatoio naturale per la trasmissione del batterio alla popolazione più giovane.

La necessità di una copertura uniforme

A quasi un mese dall’inizio dell’allarme, con gli esperti della Ukhsa che dichiarano di aver superato il picco epidemico, il caso del Kent rimane un monito per le autorità italiane. La richiesta che arriva dal mondo accademico, rappresentato da Bonanni, è quindi quella di colmare al più presto un ritardo che appare ormai anacronistico. “L’inserimento del vaccino contro il meningococco B in età adolescenziale nei Lea non è più rinviabile”, è il messaggio che l’igienista lancia con forza, sottolineando come solo l’uniformità dell’offerta sul territorio possa garantire una protezione equa ed efficace. Finché la prevenzione dipenderà dalla capacità di spesa delle singole Regioni o dalla sensibilità dei singoli pediatri di famiglia, il rischio – concreto – di assistere a un focolaio simile a quello britannico resterà una spada di Damocle sulla salute pubblica. I dati del Regno Unito, con i suoi oltre 13 mila trattamenti antibiotici e i 10 mila vaccini somministrati in poche settimane, dimostrano che una strategia di intervento rapido funziona, ma funziona meglio se a monte esiste già un quadro normativo che non lascia spazio a interpretazioni locali.

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