La famiglia del bosco pronta a lasciare l'Italia: "Il nostro futuro è altrove in Europa"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’idillio bucolico tra le montagne dell’Abruzzo si è trasformato in un incubo giudiziario che sta spingendo una famiglia a voltare definitivamente le spalle al nostro Paese. La vicenda di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, i genitori della cosiddetta "famiglia nel bosco", approda sugli schermi internazionali di 60 Minutes Australia, e le loro dichiarazioni, riprese questa mattina dal Sydney Morning Herald, non lasciano spazio a interpretazioni: l’Italia è un capitolo chiuso. “Non vogliamo più avere a che fare con i regolamenti italiani. Il nostro futuro non è in Italia, ma altrove in Europa”, hanno dichiarato i due coniugi nel corso di una lunga intervista.

La decisione arriva dopo mesi di battaglie legali che hanno portato, lo scorso 20 novembre, alla sospensione della loro responsabilità genitoriale da parte del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Un provvedimento, quello basato sull'articolo 333 del codice civile, che ha giudicato pregiudizievole per i figli – due gemelli di sei anni e una bambina di otto – il contesto di vita e le scelte educative della coppia, portando al loro collocamento in una casa famiglia a Vasto, dove attualmente risiedono insieme alla madre. È in quel contesto, lontani dalla loro casa di pietra nel bosco di Palmoli, che i bambini, secondo quanto raccontato dai genitori, mostrerebbero segni di profondo disagio, con risvegli notturni urlando e richiedendo l’aiuto della madre, dettagli questi che emergono dal racconto fatto alla televisione australiana.

Compromessi e rotture: il difficile rapporto con le istituzioni

Se da un lato i coniugi Trevallion-Birmingham manifestano l’intenzione di ricominciare altrove, dall’altro chiariscono che un ritorno in Australia, nonostante l’appello lanciato al governo di Anthony Albanese affinché intervenga per facilitare il rimpatrio, non è al momento realizzabile. Il motivo, apparentemente singolare ma per loro dirimente, è legato alla loro vecchia vita e ai suoi simboli: “Lee, il nostro cavallo, è troppo vecchio, non può volare ancora”, ha spiegato Catherine, lasciando intendere che l’ipotesi più concreta sia quella di una nuova esistenza all’interno del continente europeo. La loro posizione, trasmessa dalle telecamere di 60 Minutes, è quella di chi si sente incompreso e giudicato per uno stile di vita alternativo ma non pregiudizievole, come loro stessi sostengono. “Non abbiamo fatto alcunché per danneggiare i nostri figli”, ha ribadito la madre, “ma le autorità italiane pensano che tenerli lontano da noi sia più sicuro. Così mi trovo a combattere il pregiudizio di quanti pensano che abbiamo fatto cose sbagliate”.

Nel tentativo di ricucire lo strappo e riottenere la custodia, la famiglia ha dichiarato di aver accettato diverse mediazioni richieste dai servizi sociali, tra cui le vaccinazioni per i minori e l’inserimento di un’insegnante di supporto. Tuttavia, permangono punti di rottura insormontabili, come la ferma opposizione all’istruzione formale in ambito scolastico. “Diamo loro maggiori opportunità di quante non avrebbero con una educazione formale”, ha affermato Catherine Birmingham, rivendicando la scelta dell’insegnamento parentale come elemento fondante della loro filosofia di vita. Una filosofia che, nonostante l’apertura a compromessi come la costruzione di un bagno tradizionale al posto di quello a secco – uno dei profili critici sollevati dalle autorità –, sembra ormai irrimediabilmente in contrasto con le richieste del sistema giudiziario italiano.

La tensione nella casa famiglia e gli accertamenti in corso

Il clima di tensione che avvolge la vicenda non si limita alle aule di tribunale, ma si riverbera quotidianamente nella struttura che ospita il nucleo familiare ridotto. I responsabili della casa famiglia di Vasto hanno recentemente inviato una relazione al Tribunale per i minorenni, segnalando criticità nella gestione dei rapporti con Catherine. Secondo quanto riportato, la donna avrebbe difficoltà a rispettare le regole interne, decidendo in autonomia tempi e modalità di permanenza con i figli e portandoli talvolta nel suo alloggio privato al piano superiore, nonostante le disposizioni prevedano che i momenti di condivisione avvengano negli spazi comuni al piano terra. Una situazione, questa, definita dagli operatori come non più sostenibile, tanto da richiedere una valutazione per un possibile trasferimento dell’intero nucleo.

Mentre la madre vive questo stato di continua fibrillazione all’interno della struttura, il padre, Nathan, può effettuare visite quattro volte alla settimana. Su tutti, pende la spada di Damocle delle perizie psicologiche: il 6 e 7 marzo sono previsti gli accertamenti sui minori, mentre i genitori sono sottoposti a test per delineare il loro profilo personologico e valutarne la capacità genitoriale. Da una parte, i consulenti della famiglia, tra cui lo psichiatra Tonino Cantelmi, dipingono un quadro di bambini traumatizzati dallo sradicamento, con sintomi che vanno dall’ansia ai disturbi del sonno, fino a comportamenti autolesionistici come mordersi le mani, chiedendo con urgenza il ricongiungimento. Dall’altra, la consulente tecnica d’ufficio prosegue nel suo incarico, in un clima reso incandescente dalle reciproche diffidenze e dalle richieste di revoca dell’assistente sociale avanzate dai legali della coppia, che ne contestano la terzietà.

L’addio all’Italia e l’appello al governo australiano

Di fronte a questo scenario, la dichiarazione d’intenti rilasciata a 60 Minutes suona come un commiato. La prospettiva di ricominciare in un altro paese europeo, lontano dai regolamenti e da quella che percepiscono come una persecuzione nei confronti delle loro scelte di vita, diventa per Catherine e Nathan l’unica via d’uscita praticabile. “I nostri figli non sopporteranno ancora una volta quel che è accaduto in Italia”, ha spiegato la madre, quasi a voler preservare i bambini da ulteriori sofferenze legate al contesto giudiziario e sociale italiano. La delusione nei confronti delle istituzioni, sia italiane che, a loro dire, del governo australiano rimasto inerte di fronte alla loro richiesta di aiuto, è totale. “L’umanità ci ha delusi in mille modi”, è l’amaro commento che sintetizza mesi di battaglie legali e di esposizione mediatica.

Resta sullo sfondo, in attesa degli esiti delle perizie di inizio marzo, la possibilità di un ricongiungimento che appare sempre più lontano, non solo geograficamente. La coppia, nel frattempo, ha presentato un esposto contro l’assistente sociale nominata dal tribunale, aggravando ulteriormente un clima già compromesso. L’unica certezza, al momento, è la volontà espressa con chiarezza dai genitori: quella di non voler più avere nulla a che fare con l’Italia non appena le maglie della giustizia glielo permetteranno, cercando in Europa un angolo di mondo in cui ricostruire la propria famiglia e la propria filosofia di vita lontano dai riflettori e dalle aule giudiziarie.

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