Elsa lascia la terapia intensiva dopo 58 giorni e ora il “secondo tempo” della rinascita

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando i medici del Centro grandi ustionati del Cto di Torino le hanno annunciato che sarebbe stata trasferita al vicino ospedale infantile Regina Margherita, Elsa – la quindicenne di Biella rimasta gravemente ferita nell’incendio divampato nella notte di San Silvestro a Crans-Montana – non ha trattenuto le lacrime. Non per paura, quella l’aveva già domata nei 58 giorni trascorsi in terapia intensiva, ma per l’affetto verso chi l’aveva letteralmente strappata alla morte: quei sanitari, quei medici, quegli infermieri diventati per lei una seconda famiglia. E proprio ieri, in una conferenza stampa organizzata al traumatologico torinese, i genitori della ragazza insieme all’assessore piemontese alla Sanità Federico Riboldi hanno potuto annunciare l’agognata notizia: Elsa è fuori pericolo e ha lasciato il reparto che l’ha ospitata per quasi due mesi.

Un’uscita tra le lacrime e il lungo ritorno alla vita

La giovane, rientrata in Italia soltanto a fine febbraio dopo la tragedia che sconvolse la località sciistica svizzera, inizia ora la fase più delicata del suo percorso: quella che i medici definiscono il “lento ritorno alla normalità”. Una riabilitazione complessa, fatta di piccoli passi e grandi pazienze, che la vedrà ancora degente ma senza più la minaccia costante di un’infezione o di uno scompenso improvviso. Il trasferimento al Regina Margherita – struttura specializzata nella presa in carico dei pazienti in età evolutiva – rappresenta un segnale inequivocabile di miglioramento, sebbene nessuno, tra chi la segue, osi ancora parlare di guarigione compiuta.

Quei cinque ragazzi ancora ricoverati a Niguarda

Mentre Elsa lascia alle spalle i monitor e i flebo della terapia intensiva, la cronaca giudiziaria e medica legata al rogo di Crans-Montana non si chiude affatto. Altri cinque giovani – Kian Taligdan, Leonardo Bove, Francesca Nota, Lorenzo Riva e Gregorio Esposito – sono ancora ricoverati nel reparto grandi ustionati dell’ospedale Niguarda di Milano. Di loro, nessuno può ancora dire quando potrà uscire. Il loro “secondo tempo”, come è stato ribattezzato il periodo post-incendio, continua a scorrere tra medicazioni dolorose e attese interminabili, senza che sia stata fissata nemmeno una data ipotetica per le dimissioni. Un silenzio carico di tensione che avvolge anche le rispettive famiglie, le quali – come noto – hanno scelto di non rilasciare dichiarazioni pubbliche sull’evoluzione clinica dei propri figli.

Il rientro in Italia e la richiesta svizzera di rimborso

Elsa era stata trasferita in Italia a fine febbraio, dopo un primo soccorso prestato in Svizzera. Proprio quel passaggio amministrativo ha generato, nei giorni scorsi, un certo malumore delle autorità italiane: Berna ha formalmente chiesto il rimborso delle spese mediche sostenute per i primi interventi d’urgenza. Una richiesta che – sebbene tecnicamente prevista dagli accordi bilaterali – ha irritato non poco il governo regionale piemontese, con l’assessore Riboldi che ha parlato di “mancanza di sensibilità” di fronte a una tragedia che ha coinvolto così tanti ragazzi. Sul piano strettamente clinico, però, nulla ha rallentato le cure di Elsa: i 58 giorni di terapia intensiva sono serviti a stabilizzarla, a ridurre le aree ustionate e a scongiurare quelle complicanze settiche che, in pazienti così giovani, rappresentano sempre il vero spettro del chirurgo.

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