Un cuore di 300 anni pieno di cicatrici: lo squalo della Groenlandia sfida le leggi dell’invecchiamento
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Scienza e Tecnologia
-
Nelle oscure e gelide profondità dell’Atlantico settentrionale, dove il metabolismo rallenta fino a diventare un’ombra di se stesso, nuota il Somniosus microcephalus, un predatore che la comunità scientifica considera ormai il vertebrato più longevo del pianeta. La sua capacità di superare i tre secoli di vita – alcuni esemplari, secondo le stime basate sulla datazione del cristallino, potrebbero avvicinarsi ai 400 anni – è da tempo oggetto di studio per i biologi. La scoperta recentissima, pubblicata sulla rivista Aging Cell e guidata da un team internazionale che vede in prima linea la Scuola Normale Superiore di Pisa, ha però rovesciato molte delle certezze precedenti: non si tratta, infatti, di un cuore perfetto, immune al trascorrere del tempo. Al contrario, è letteralmente malato, eppure continua a funzionare con una resilienza che lascia sbalorditi gli stessi ricercatori.
Fibrosi e mitocondri a pezzi: il “segreto” è la resilienza
Alessandro Cellerino, professore di Fisiologia alla Normale, ha coordinato le analisi istologiche su dieci esemplari catturati, tutti di dimensioni superiori ai tre metri e con un’età stimata tra i 100 e i 150 anni, una fase che per questa specie corrisponde più o meno all’età adulta. Quando il gruppo di ricerca, che include Elena Chiavacci e le collaborazioni con la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e l’Università di Genova, ha osservato i tessuti cardiaci al microscopio, lo scenario apparso è stato, per usare un eufemismo, traumatico. Si è rilevata una fibrosi interstiziale e perivascolare estesa in tutto il miocardio ventricolare; in parole povere, cicatrici profonde che nell’uomo rappresentano un campanello d’allarme immediato per lo scompenso cardiaco. A questo si aggiunge un accumulo massiccio di lipofuscina, un “pigmento dell’usura” che tradisce il decadimento cellulare, e danni evidenti ai mitocondri, le centraline energetiche della cellula.
“Quando ho messo il primo vetrino sotto al microscopio non ho creduto ai miei occhi”, ha raccontato la stessa Chiavacci, ammettendo di aver pensato immediatamente a un errore di preparazione del campione. Eppure, i dati sono stati confermati: lo squalo della Groenlandia non è immune all’età, ma la possiede. La differenza – quella che cattura l’attenzione della biomedicina – sta nella sua capacità di adattarsi a queste lesioni: un fenomeno che gli scienziati definiscono resilienza fisiologica. Il cuore non smette di battere non perché sia sano, ma perché ha imparato a convivere con la malattia, mantenendo l’omeostasi nonostante il danno strutturale.
Un confronto decisivo tra i pesci (e uno sguardo all’uomo)
Per escludere l’ipotesi che tali danni fossero semplicemente un effetto collaterale della pressione idrostatica o del freddo estremo, i ricercatori hanno messo a confronto i tessuti dello squalo della Groenlandia con due specie di controllo. Il primo è lo *Etmopterus spinax*, un piccolo squalo lanterna che vive nelle profondità del Mar Ligure, la cui esistenza si esaurisce in poco più di un decennio. Nel cuore di quest’ultimo, nonostante viva nello stesso habitat proibito, le lesioni erano assenti. Il secondo confronto è stato con il *Nothobranchius furzeri*, un pesce il cui invecchiamento è così rapido da durare solo pochi mesi, utilizzato come modello per l’invecchiamento accelerato. In questo caso, benché si riscontrassero alcuni segni di usura, non si è mai raggiunta l’intensità mostrata dallo squalo centenario. La conclusione è netta: la patologia riscontrata nel gigante artico non è una condanna ambientale, ma una caratteristica specifica della sua biologia.
Questo ribaltamento di prospettiva – dal “perché non invecchia” al “come fa a vivere così a lungo nonostante i segni dell’invecchiamento” – rappresenta una potenziale rivoluzione nel modo di intendere le malattie cardiache legate all’età per la nostra specie. Per decenni, la ricerca gerontologica si è concentrata sul prevenire o riparare i danni cellulari; qui, invece, la natura offre un modello alternativo, fatto di sopportazione e adattamento. Se riuscissimo a decifrare i meccanismi molecolari che permettono ai cardiomiociti (le cellule del muscolo cardiaco) dello squalo di restare vitali nonostante i mitocondri siano danneggiati e i tessuti siano pieni di cicatrici fibrotiche, forse si potrebbero trovare nuove vie terapeutiche per chi, nell’uomo, soffre di scompensi cardiaci.
La macchina lenta che batte il tempo
Un ultimo elemento, che i ricercatori hanno tenuto a sottolineare, riguarda lo stile di vita di questo pesce. Lo squalo della Groenlandia è un nuotatore estremamente lento, con una velocità di crociera che sfiora appena lo 0,3 metri al secondo. Questa caratteristica, corretta per le dimensioni ree, lo rende il pesce più “pigro” mai registrato, con un dispendio energetico ridottissimo. C’è da chiedersi, quindi, se la resilienza del cuore non sia tanto un “superpotere” attivo, quanto il risultato di un contesto fisiologico in cui il cuore non è mai stato chiamato a sostenere gli sforzi massacranti che il muscolo cardiaco umano affronta quotidianamente. La ricerca futura, che si concentrerà sulla mappatura del genoma già avviata dalla Normale e dal Cnr, dovrà distinguere tra adattamenti metabolici passivi e veri e propri interruttori genetici della longevità.
Il lavoro, dedicato alla memoria di John Fleng Steffensen dell’Università di Copenhagen (il primo scienziato a descrivere la longevità estrema della specie), dimostra come spesso la salute non sia l’assenza di difetti, ma la capacità di gestirli. Mentre i nostri cuoi cedono sotto il peso dello stress ossidativo, quello dello squalo della Groenlandia segna il ritmo, implacabile, per tre secoli, accompagnato dalle sue stesse cicatrici.




