Addio a Béla Tarr, il visionario del cinema che dipingeva l'Apocalisse

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il cinema perde una delle sue voci più distintive e maestose, quella di un artista la cui opera ha travalicato i confini nazionali per imporsi come un faro, talvolta minaccioso, nella storia della settima arte. Béla Tarr, figura cardine della cinematografia ungherese e autore celebrato a livello planetario, si è spento all'età di settant'anni dopo aver affrontato, non senza il suo proverbiale stoicismo, un male persistente. La notizia, come spesso accade per le personalità di tale levatura, è stata diffusa attraverso i canali ufficiali, nello specifico dall'agenzia di stampa MTI e dall'associazione che riunisce i cineasti del paese, i quali ne hanno annunciato la scomparsa avvenuta il 6 gennaio. La famiglia, nel rispetto di una riservatezza che lo stesso regista avrebbe probabilmente approvato, ha scelto di non aggiungere altro, chiudendosi in un dolore privato che la comunità internazionale degli amanti del cinema non può che condividere in silenzio.

Il linguaggio di un poeta visivo unico

Definire semplicemente "lento" il cinema di Tarr costituirebbe una riduzione ingenerosa, quasi un fraintendimento della sua complessa poetica. Le sue sequenze, infatti, non si limitavano a scorrere con un ritmo dilatato, ma costruivano una grammatica del tempo del tutto autonoma, fatta di piani sequenza ipnotici e di un'attenzione chirurgica per i dettagli, per le texture della desolazione e per la fisionomia di personaggi spesso ai margini. Nei suoi lavori, che qualcuno ha inserito nel più ampio genere del "slow cinema", l'inquadratura fissa e l'assenza di dialoghi concitati non erano mai fine a se stessi: servivano piuttosto a scavare, strato dopo strato, nell'anima umana e nelle condizioni esistenziali di un mondo percepito come in decadenza. I suoi protagonisti, attraverso sguardi che parevano durare un'età, osservavano e venivano osservati da una macchina da presa che si faceva, a tratti, giudice impietoso e, in altri momenti, testimone compassionevole della loro solitudine.

Capolavori che hanno segnato la storia dell'arte

La sua filmografia, seppur non sterminata numericamente, ha il peso specifico della pietra miliare. Opere come "Sátántangó", monumentale affresco di oltre sette ore, o "Le armonie di Werckmeister" sono divenute punti di riferimento obbligati, studiati e venerati per la loro ambizione formale e la profondità concettuale. In quelle narrazioni epiche, dove la pioggia sembra cadere ininterrottamente su paesaggi di fango e desolazione industriale, Tarr ha saputo cogliere il senso di un'apocalisse non spettacolare ma quotidiana, strisciante, fatta di piccoli tradimenti e di speranze corrose. La sua capacità di tradurre in immagini potentissime una certa condizione spirituale dell'Europa post-comunista ha influenzato generazioni di cineasti, da Gus Van Sant a Jim Jarmusch, i quali hanno riconosciuto nel suo sguardo una lezione di indipendenza e di rigore estetico.

Un'eredità che sopravvive allo sguardo

La scomparsa di Béla Tarr segna la fine di un capitolo importante per il cinema d'autore, ma la sua eredità artistica rimane intatta e più che mai vitale. I suoi film, infatti, continueranno a rappresentare un banco di prova per lo spettatore, un invito a rallentare la percezione e ad abbandonarsi a una temporalità diversa, riflessiva. Essi restano come documenti di un'epoca e al contempo come opere atemporali, capaci di interrogare il presente con la stessa forza con cui hanno ritratto il passato. Nel panorama contemporaneo, dove l'immagine fluisce rapida ed effimera, la lezione di Tarr sulla durata, sulla pazienza dell'osservazione e sulla bellezza austera del reale si configura come un monito e un faro di resistenza, garantendo che la sua voce, seppur in assenza della sua persona, continuerà a risuonare a lungo nelle sale oscure e nella coscienza di chi cerca nel cinema qualcosa di più del semplice intrattenimento.

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