Addio a Béla Tarr, l’ultimo asceta delle immagini
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Béla Tarr, regista ungherese scomparso all’età di settant’anni, ha lasciato un vuoto che oltrepassa i semplici confini della cinematografia. Egli, che nella città del cinema è sempre rimasto un meteco, un Corpo estraneo e non assimilabile, ha costruito la sua opera in un costante e deliberato sostare ai margini, lontano dai riflettori effimeri delle tendenze. Lo stile che alcuni, forse con eccessiva facilità, hanno etichettato come “slow cinema”, costituiva per lui l’unica modalità possibile per filmare: un atto di pazienza, di ascolto profondo e di responsabilità verso la realtà, che si consumava in una durata dilatata e in una forma di coscienza primitiva. La sua scomparsa chiude il capitolo di un’esperienza originalissima del tempo, dove i celebri e estenuanti piani sequenza non erano un mero esercizio di stile, ma un tentativo, forse irripetibile, di far coincidere l’immagine con il puro scorrere dell’esistenza, rinunciando a qualsiasi manipolazione narrativa convenzionale.
Un monumento del cinema: Sátántangó e la collaborazione con Krasznahorkai
La sua fama, sebbene radicata in un cinema di difficile consumo, è legata in particolar modo a un’opera monumentale. Si tratta di Sátántangó, pellicola della durata di sette ore realizzata nel 1994 e tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore premio Nobel László Krasznahorkai, con il quale Tarr intrattenne una lunga e fruttuosa collaborazione. Il film, un’epopea ipnotica e claustrofobica incentrata sul crollo del comunismo nell’Europa orientale, rappresenta non solo il suo capolavoro riconosciuto ma anche una summa del suo pensiero estetico. In quelle immagini in bianco e nero, percorse da una pioggia quasi perenne e da una disperazione corale, il tempo narrativo si sfalda, lasciando spazio a una percezione fisica e opprimente della decadenza, in cui ogni inquadratura diventa un mondo a sé stante, carico di una verità aspra e ineludibile.
Il ricordo di un’esperienza: l’impatto sui festival e sulla critica
La sua influenza, seppur circoscritta a una cerchia di cinefili e addetti ai lavori, si è diffusa capillarmente attraverso la circuitazione nei festival internazionali, divenendo un punto di riferimento imprescindibile per chiunque cercasse una via alternativa al linguaggio cinematografico dominante. La sua presenza, se non fisica almeno attraverso le sue opere, ha segnato le edizioni di molte rassegne, da Venezia a Pesaro, diventando per molti spettatori e critici un’esperienza di rivelazione. Il ricordo di chi ha visto Sátántangó in quelle sedi, magher per la prima volta, rimane spesso indelebile, associato alla scoperta di una temporalità completamente diversa, che costringe a rivedere ogni parametro di giudizio e a ripensare il rapporto stesso tra lo schermo e lo spettatore.
L’eredità di un visionario: dal Cavallo di Torino alla responsabilità dell’immagine
Il riconoscimento formale giunse anche con Il Cavallo di Torino, film del 2011 che valse al regista l’Orso d’Argento alla Berlinale, ma la sua statura era già ampiamente consolidata al di là dei premi. Tarr, fino all’ultimo considerato tra i più assoluti cineasti superstiti, lascia un’eredità che interroga il presente. La sua ricerca, tesa a cogliere un’esperienza in cui si possa essere, per usare un’espressione borgesiana, «dello stesso tempo del tempo», rappresenta una sfida radicale alla frenesia e alla frammentazione contemporanea. La sua scomparsa segna la fine di un cinema concepito come pratica ascetica, dove ogni inquadratura era il risultato di una scelta etica prima che estetica, e dove l’immagine, nella sua lenta, implacabile durata, si faceva carico di un peso di verità che pochi altri hanno osato affrontare.
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