Il pollo giallo e quello rosa fanno ingoiare l’ennesima bufala: il dietologo spiega perché sono uguali
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Redazione Salute
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Nel mare magnum delle diete lampo, dei consigli fai-da-te che affollano le chat di gruppo e delle promesse social di trasformazioni fisiche immediatamente miracolose, due ambiti più di altri sembrano riempire l’animo umano di falsità e sottili autoinganni. Mi riferisco al cibo e al sesso, temi che hanno storicamente plasmato credenze superstiziose ben più della religione; quest’ultima, dopotutto, è servita in parte proprio a regolare le pratiche alimentari, elaborando divieti e permettevoli che, se in passato aiutavano a evitare intossicazioni e malattie, oggi si sono trasformati in dogmi difficili da scalfire. Mentre si avvicina la ricorrenza del "No Diet Day", che invita a mettere in discussione l’ossessione per le restrizioni, diventa centrale una domanda secca: quanto c’è di vero in ciò che crediamo di sapere su ciò che mettiamo nel piatto? La scienza della nutrizione, a differenza di quanto si tenda a credere, è molto meno ambigua delle dicerie popolari; lo dimostra l’ultima fake news smontata dagli esperti, quella riguardante il colore della carne di pollo, che aveva già iniziato a spopolare tra i banconi del supermercato.
L’equivoco cromatico che inganna la spesa
Facendo la spesa, capita a molti di imbattersi in due varianti dello stesso prodotto: il pollo dalla pelle giallastra e quello dalla tonalità più chiara, quasi rosa. Secondo una credenza molto diffusa, il primo sarebbe più nutriente del secondo, ma la realtà dei fatti, come spiega il medico dietologo Giorgio Calabrese, è sorprendentemente diversa. Intervenuto in una delle ultime puntate della rubrica “Fake news sul cibo” dell’inserto Il Gusto per la redazione de La Repubblica, lo specialista ha impiegato poco più di un minuto per smontare l’ennesimo luogo comune legato all’alimentazione quotidiana. La colorazione, lungi dall’essere un indicatore di qualità superiore, dipende esclusivamente dalla dieta dell’animale prima della macellazione: il pollo “giallo” assume quella sfumatura perché nutrito prevalentemente con mais, alimentazione ricca di carotenoidi – pigmenti naturali che colorano anche la pelle e i muscoli – mentre quello “rosa” viene allevato con frumento o altri cereali, mantenendo una colorazione più simile a quella della carne che siamo abituati a vedere. Il dietologo, con un pizzico di ironia, ha chiosato che il pollo rosa non mangia certo le rose, togliendo ogni alone di mistero alla questione.
Nessuna scorciatoia per la falda termodinamica
Se da un lato viene sfatato il mito della differenza nutrizionale tra i due polli – dato che, come ribadito dall’esperto, quantità di proteine, grassi e calorie sono identiche – dall’altro l’osservatorio sulla disinformazione alimentare ci ricorda che le credenze superstiziose in questo campo sono durissime a morire. Non basta sapere che il pollo giallo non è più salutare del rosa per orientarsi nel caos delle diete. A testimoniare la confusione regnante è Marialuisa Barbarulo, ideatrice del portale VediamociChiara, che da oltre dieci anni raccoglie i dubbi delle donne su queste tematiche; per lei, “fare corretta informazione non è un dettaglio editoriale, ma una vera responsabilità”. L’approccio scientifico, come ricorda Gilberto Corbellini, è spesso troppo semplice per essere accettato: la sola dieta che funziona è quella “termodinamica”, che consiste sostanzialmente nel mangiare di meno. Una verità tanto scomoda quanto inattaccabile, che viene puntualmente oscurata dalla ricerca di soluzioni rapide e miracolose.
Dal bancone del supermercato alla falsa scienza sociale
In Italia, dove il cibo rappresenta cultura, conversazione e talvolta identità, la proliferazione di finte verità sui metodi di allevamento o sulle proprietà degli alimenti trova terreno fertile. La vicenda del pollo giallo è solo l’ultimo, in ordine di tempo, di una lunga serie di equivoci che il professor Calabrese ha deciso di affrontare in quella rubrica. Non c’è alcuna differenza, conclude l’analisi, tra le due carni dal punto di vista puramente nutrizionale: possiamo mangiare l’uno e l’altra in piena salute, senza timore di perdere chissà quali nutrienti. Quello che conta, al di là della colorazione, è la corretta conservazione e la provenienza certificata, elementi ben più significativi della tinta della pelle. La sfida, insomma, resta quella di resistere al fascino delle scorciatoie: se il pensiero magico ci spinge a credere che un colore diverso possa risolvere i nostri problemi di peso o di salute, la realtà oggettiva ci ricorda che esiste un solo meccanismo, fisiologico e inesorabile, che regola il bilancio energetico del nostro. E, purtroppo o per fortuna, nessun animale alimentato a mais potrà mai cambiare questa regola.




