Curigliano: «Sconfiggeremo il cancro, la speranza è il motore del malato»

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La scienza medica, nonostante i passi da gigante compiuti negli ultimi decenni, si trova spesso a fare i conti con i limiti dell’impossibile, eppure ci sono uomini – e in questo caso parliamo di un calabrese doc, il professor Giuseppe Curigliano – che hanno deciso di spostare quel confine un po’ più in là, restituendo dignità e prospettiva a una battaglia che sembrava segnata. Originario di Monterosso, quel piccolo centro in provincia di Vibo Valentia che ha dato i natali a generazioni di emigranti, Curigliano ha portato la pazienza metodica della sua terra – una terra di longevi, dove il tempo scandisce i ritmi della vita – all’interno dei laboratori dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, di cui è oggi vicedirettore scientifico. Ed è proprio da quella posizione privilegiata, che gli consente di osservare l’evoluzione delle terapie con la lucidità del ricercatore e l’empatia del medico, che l’oncologo lancia un messaggio che non ha nulla di retorico: «Contro il cancro ci sarà una cura».

È un sogno, questo, che Curigliano coltiva da quando era bambino, un’ambizione che lo ha spinto a scalare tutti i gradini della carriera accademica e clinica fino a diventare ordinario alla Statale di Milano e presidente eletto dell’European Society for Medical Oncology (Esmo) per il biennio 2027. In una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, il medico ripercorre le tappe della sua ascesa, a partire dai ricordi d’infanzia a Noranda, centro siderurgico canadese dove viveva circondato da operai italiani, polacchi e francesi, fino al ritorno nella natìa Monterosso. Quell’origine, lontana geograficamente ma vicinissima nei valori, rappresenta per lui una bussola: l’approccio alla medicina, spiega, non può essere solo tecnico se si vuole realmente incidere sulla vita di chi soffre, ma deve fondersi con l’ascolto e la determinazione.

La forza di una promessa e le nuove frontiere della ricerca

La speranza, per chi affronta una diagnosi complessa, non è un optional né una semplice forma di conforto psicologico; al contrario, come sottolinea Curigliano, essa rappresenta un vero e proprio motore biologico, capace di sostenere il paziente durante i trattamenti più duri. «Non deve mai perderla», avverte il professore, e le sue parole assumono il peso di una promessa mantenuta da chi, ogni giorno, vede i frutti della ricerca tradursi in farmaci sempre meno invasivi e più mirati. Del resto, l’oncologia di oggi è radicalmente diversa da quella di soli dieci o quindici anni fa: si parla sempre più spesso di terapie geniche, di medicina di precisione e di farmaci a bersaglio molecolare, laddove una volta la comunità scientifica poteva contare solo su approcci “medievali” (così li definisce lui stesso) carichi di tossicità.

Sarà proprio a queste frontiere avanzate, del resto, che verrà dedicato lo spazio di approfondimento “24minuti”, in onda domenica su CR1 (ch.19) e condotto da Simone Bacchetta. In quella sede, il professor Curigliano – che guida la divisione di Sviluppo nuovi farmaci per terapie innovative dell’Ieo – avrà modo di approfondire dove si sta concentrando oggi la lotta contro le neoplasie. Dalle ricerche sui tumori solidi avanzati, che iniziano a vedere l’implementazione di algoritmi mutazionali in grado di superare lo standard di cura, fino alle sperimentazioni sui tumori del seno localizzati, oggi definiti “potenzialmente guaribili” grazie all’uso di inibitori delle cicline e alla corretta percezione del rischio di recidiva. Non si tratta più, quindi, di generiche sperimentazioni, ma di protocolli chiari che, integrando la profilazione genomica, permettono di ridurre significativamente la possibilità di ritorno della malattia.

Dalle radici calabresi ai vertici dell’oncologia mondiale

Curigliano, che spegnerà 58 candeline a maggio, incarna perfettamente la figura del luminare che non ha dimenticato il valore delle origini, anzi, le esalta come parte integrante del proprio successo. In un’epoca in cui la sanità tende a spersonalizzarsi, il suo approccio rimane ancorato a quella metodicità contadina tipica delle generazioni calabresi, che non lascia nulla al caso e osserva il fenomeno prima di intervenire. «Noi Curigliano siamo calabresi di Monterosso», racconta, e quella frase non è solo una nota biografica, ma la chiave di lettura di un percorso che lo ha visto rifiutare il posto fisso al Regina Elena per seguire l’istinto – o forse il sogno – di approdare allo Ieo di Milano. Una scommessa vinta, se si considera che oggi è uno dei riferimenti internazionali per lo sviluppo di nuovi composti.

D’altronde, la sua carriera è costellata di riconoscimenti che ne attestano l’autorevolezza: non solo i riflettori dei grandi congressi come l’Asco, dove l’Italia brilla grazie ai risultati presentati dal suo team, ma anche gli incarichi istituzionali di peso, che lo vedono membro attivo del Consiglio Superiore della Sanità. Eppure, nonostante i vertici raggiunti, il professore mantiene un tono colloquiale e schietto, lontano dal tecnicismo asettico che a volte caratterizza i suoi colleghi. A fare da collante tra la sua figura e l’opinione pubblica, spesso disorientata di fronte a notizie contrastanti, è proprio questa capacità di tradurre la complessità in speranza concreta, senza però mai scadere nella banalità del “tutto si risolverà”.

La cura come atto d’amore e la sfida del farmaco mirato

Quando parla del futuro dell’oncologia, Curigliano non usa giri di parole: la direzione è quella dei farmaci sempre più “intelligenti”, capaci di colpire esclusivamente la cellula malata risparmiando i tessuti sani, un traguardo che richiede investimenti massicci in ricerca molecolare e profilazione genetica. Si tratta, spiega, di passare da un modello di cura standardizzato a uno su misura, cucito addosso al profilo mutazionale del singolo tumore. Ed è proprio su questo crinale che si gioca la partita più importante: quella per trasformare una malattia sistemica in una patologia cronica o, nei casi migliori, definitivamente eradicabile.

I consigli che il luminare calabrese riversa nelle interviste e negli interventi pubblici non sono mai sterili elenchi di comportamenti virtuosi, ma piuttosto inviti alla consapevolezza: il malato, dice, deve pretendere di essere curato dove si fa ricerca, perché è solo lì che si trovano le terapie più all’avanguardia. Un messaggio forte, che rimanda direttamente al suo vissuto personale e alla lezione di indipendenza intellettuale appresa, ad esempio, dalla relazione con grandi menti come Umberto Veronesi. La strada è tracciata, insomma, e sebbene le difficoltà (dalla frammentazione territoriale delle cure alla complessità dell’accesso ai trial) restino enormi, la certezza che emerge dalle parole di chi guida gli oncologi europei è una sola: il muro dell’incurabilità, colpo dopo colpo, sta infine cedendo.

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