Elezioni in Bulgaria, vince Radev: «Sconfiggeremo la corruzione»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Bulgaria ha scritto una pagina politica destinata a cambiare i suoi equilibri interni per gli anni a venire, dopo che il responso delle urne – ennesimo atto di un’ottava tornata anticipata in soli cinque anni – ha consegnato una vittoria schiacciante al neocostituito partito “Bulgaria Progressista”. A guidarlo, con il piglio che viene da una carriera militare di alto profilo (un’esperienza che non ha mai nascosto, anzi, ha trasformato in tratto distintivo della sua comunicazione pubblica), è l’ex presidente Rumen Radev. L’uomo, che era già stato al vertice delle istituzioni, ha ottenuto oltre il 45 per cento dei consensi, un risultato che non si vedeva da tre decenni: 129 seggi su 240, la maggioranza assoluta del Parlamento. Una valanga, se si considera la frammentazione cronica che ha reso ingovernabile il Paese balcanico.

La fine di un’era: Borissov e il decennio di dominio

La débâcle segna la fine politica, o quantomeno l’arretramento definitivo, per Boiko Borissov, l’uomo che con il suo partito ha dominato la scena bulgara per oltre un decennio. Lui, bersaglio principale della campagna elettorale del vincitore, ha visto trasformarsi quello che era stato un sistema di potere solido in un’accusa vivente: l’emblema di una politica opaca e legata a interessi clientelari. Radev, dal canto suo, ha fatto della lotta alla corruzione il suo cavallo di battaglia, promettendo di smantellare le reti di influenza oligarchica – quelle stesse reti che molti osservatori intravedono ancora all’opera nei gangli dell’economia e delle istituzioni. Il generale non ha usato mezzi termini: «Sconfiggeremo la corruzione», ha dichiarato a caldo, con il portamento di chi è abituato a dare ordini più che a chiedere voti.

L’ottavo voto in cinque anni, instabilità come sistema

Le urne si sono aperte alle 7 locali (le 6 in Italia) per l’ottava volta in un lustro. Un dato, quest’ultimo, che non è soltanto un record negativo ma la spia di una patologia profonda: un Parlamento tradizionalmente frantumato in una miriade di sigle, incapace di produrre maggioranze solide e, di conseguenza, governi duraturi. Ogni tentativo di formare un esecutivo, negli ultimi anni, è naufragato in un susseguirsi di crisi, veti incrociati e alleature rivelatesi fragili come cristallo. Radev, che già aveva occupato la presidenza della Repubblica, ha saputo cavalcare questa stanchezza collettiva, presentandosi come l’uomo della discontinuità. Il suo partito, nato da poco, non ha il peso delle delusioni passate, e questo ha giocato a suo favore.

Il profilo del vincitore: un “top gun” filo Mosca?

Chi è, dunque, Rumen Radev? Un ex comandante dell’aviazione, pilota collaudatore di fama (alcuni media locali lo hanno soprannominato “top gun”), che durante la sua carriera militare ha maturato una visione della sicurezza e dello Stato molto diversa da quella dei politici di professione. La sua figura, tuttavia, è controversa: le posizioni ambigue nei confronti della Russia – o almeno così le hanno lette molti analisti occidentali – hanno suscitato timori a Bruxelles e tra gli alleati Nato. Lui non ha mai nascosto una certa vicinanza a Mosca, pur mantenendosi nei limiti del discorso istituzionale. In un Paese storicamente legato al mondo slavo, e dove il gas russo continua a scorrere negli accordi bilaterali, questa ambiguità è diventata un’arma a doppio taglio. Da un lato, gli ha garantito il voto di chi guarda con sospetto all’Unione europea; dall’altro, ha allarmato le cancellerie occidentali. Ma la sua campagna elettorale è stata chiara: prima la Bulgaria, poi gli allineamenti.

Un parlamento con una maggioranza netta, sfida alla stabilità

Con 129 seggi, Radev dispone di una maggioranza che nessun partito riusciva a toccare da trent’anni. Significa che potrebbe governare senza bisogno di alleati di coalizione, un lusso che in questo Paese non si vedeva dalla caduta del comunismo. Resta da vedere come tradurrà le promesse di guerra agli oligarchi in provvedimenti concreti: la giustizia è lenta, le lobby sono radicate, e i tentativi precedenti di epurazione sono finiti in un nulla di fatto. Tuttavia, il vento è cambiato. Borissov, che per anni aveva fatto della mediazione e del controllo delle nomine il suo potere, ora siede all’opposizione – se non addirittura in un cono d’ombra dal quale sarà difficile riemergere. L’ottavo voto anticipato potrebbe essere stato, per paradosso, quello decisivo: quello che chiude l’era dell’instabilità per aprirne un’altra, magari altrettanto incerta, ma con un attore solo sul palco.

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