Bulgaria, il filorusso Radev vince le elezioni ma cerca una maggioranza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo una campagna elettorale segnata da un’instabilità cronica – l’ottavo voto anticipato in appena cinque anni, un dato che la dice lunga sulla frammentazione politica del paese – i bulgari sono stati chiamati nuovamente alle urne per eleggere i 240 membri dell’Assemblea unicamerale di Sofia. Secondo i primi exit poll diffusi nella serata di ieri, il neocostituito partito “Bulgaria Progressista”, guidato dall’ex presidente della Repubblica Rumen Radev, si è attestato saldamente in testa con una percentuale che sfiora il 39% dei consensi. L’agenzia Market Lynx, per esempio, ha rilevato un dato del 38,9%, mentre le rilevazioni di Alpha Research, trasmesse dal canale televisivo pubblico Bnt, si fermano a un sostanziale 38%, in ogni caso un risultato che consegna a Radev il primato senza però garantirgli quella maggioranza assoluta necessaria per governare da solo.

Il crollo dei conservatori di Borissov e la nuova geografia parlamentare

Se la notizia principale è l’ascesa del leader filorusso, non meno significativa è la débâcle del vecchio establishment. Boyko Borissov, l’uomo che ha dominato la scena politica per oltre un decennio con il partito Gerb – ricoprendo il ruolo di premier per tre mandati tra il 2009 e il 2021 – ha subito una pesante sconfitta. I flussi elettorali lo collocano al secondo posto, ma con un distacco abissale rispetto al vincitore: i conservatori raccoglierebbero poco più del 15%, un risultato che riflette la stanchezza dell’elettorato verso le vecchie guardie, spesso associate a scandali di corruzione e a un modello oligarchico che Radev ha promesso di smantellare. Stando a questi dati, a beneficiare di questa tornata elettorale è stata la spinta propulsiva di “Bulgaria Progressista”, una formazione politica giovane che ha saputo capitalizzare il malcontento popolare.

La svolta di Radev: da presidente a premier in pectore

La figura di Rumen Radev, ex comandante dell’aeronautica militare e capo dello Stato fino allo scorso gennaio, rappresenta una delle metamorfosi politiche più interessanti degli ultimi mesi. La sua decisione di dimettersi anticipatamente dalla presidenza – un atto senza precedenti nella storia recente del paese – è stata proprio funzionale a guidare la corsa per il governo, scavalcando le restrizioni che gli avrebbero impedito di scendere direttamente nell’arena parlamentare. Il suo programma, incentrato sulla lotta alla corruzione (“distruggere il modello oligarchico”, ha dichiarato più volte) e su una visione sovranista in politica estera, ha trovato terreno fertile in un paese stremato dall’inflazione e dal carovita, complici anche le recenti transizioni come l’ingresso nell’eurozona.

Le implicazioni geopolitiche: il nodo ucraino e i rapporti con Bruxelles

La vittoria di Radev, che alcuni osservatori definiscono il “cavallo di Troia” del Cremlino nei Balcani, rischia di incrinare ulteriormente la già fragile unità dell’Unione Europea sul sostegno a Kiev. Radev è sempre stato un critico feroce dell’invio di armamenti all’Ucraina, sostenendo una linea di “realismo bulgaro” che di fatto ricalca le posizioni di Viktor Orbán; pur avendo ufficialmente condannato l’invasione russa, egli ha più volte definito “avventate” le decisioni dell’Occidente e si è opposto alla chiusura delle frontiere per i turisti russi. Con la Bulgaria che condivide un confine strategico sul Mar Nero, il cambio di rotta a Sofia – se confermato dalla formazione di un governo stabile – rappresenterebbe un serio grattacapo per la Nato e per Bruxelles, specialmente in un momento in cui si cerca di mantenere un fronte compatto. Sebbene Radev abbia garantito di non voler bloccare i fondi europei destinati a Kiev, la sua retorica e il suo passato di ex generale filosovietico lasciano presagire un raffreddamento delle relazioni con l’alleanza atlantica.

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