Il generale filorusso Radev vince le elezioni in Bulgaria: crollo dei conservatori e partito neonato al governo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dalle sette del mattino, ora locale (le sei in Italia), si sono aperti i seggi per l’ottavo voto anticipato negli ultimi cinque anni, e i dati parlano chiaro: la Bulgaria ha scelto il cambiamento radicale incarnato da Rumen Radev, l’ex comandante dell’aeronautica che ha lasciato la presidenza per conquistare il Parlamento. Secondo i primi exit poll diffusi nella serata di ieri, la coalizione di centrosinistra “Bulgaria Progressista” – fondata appena il 2 marzo scorso – vola al 38,9%, lasciando le vecchie guardie a polverizzarsi sul fondo, con il partito dei conservatori (GERB) fermo al 15,1% e la coalizione liberale “Continuiamo il Cambiamento” al 13,3%. Con il 78% delle schede scrutinate, la Commissione Elettorale Centrale ha poi aggiornato il dato al 44,48%, consolidando una vittoria che molti, negli ambienti diplomatici di Bruxelles, avevano faticato a pronosticare fino a pochi mesi fa.

L’effetto “top gun”: così Radev ha cannibalizzato il consenso popolare

Radev, sessantaduenne dalla biografia militare impressionante – è passato dal sedile di pilotaggio dei caccia Mig-29 al comando dell’aeronautica durante la complessa transizione post-comunista – ha condensato in meno di sessanta giorni un’ascesa politica che solitamente richiede anni. La sua campagna elettorale, giocata sapientemente sul filo della nostalgia patriottica e dell’euroscetticismo pragmatico, ha fatto leva su un malcontento diffuso verso la corruzione dilagante che, secondo i manifestanti scesi in piazza a dicembre, ha paralizzato le istituzioni per quasi un lustro. In un video virale, lo si vede decollare a bordo di un caccia: un simbolo potente, per un uomo che promette di ripulire il sistema “dalla mafia e dagli oligarchi”, come ha ripetuto nei comizi che hanno riempito le piazze di Sofia nonostante l’affluenza alle urne sia stata storicamente bassa nelle precedenti tornate.

La polvere sui vecchi partiti: il crollo dei conservatori e l’azzardo della transizione

La debacle dei conservatori, che hanno governato il paese a fasi alterne per quasi un decennio, rappresenta il vero terremoto politico di questa consultazione. Stando ai sondaggi della vigilia, erano cinque le forze che avrebbero dovuto superare lo sbarramento del 4%, ma il risultato finale premia in maniera schiacciante la compattezza del movimento di Radev, che da solo rischia di avvicinarsi pericolosamente alla maggioranza assoluta dei 240 seggi dell’Assemblea unicamerale. L’ex capo di Stato, da sempre critico nei confronti della linea dura della Nato e fautore di un riavvicinamento a Mosca – senza però mai uscire ufficialmente dai ranghi dell’Unione Europea – dovrà ora gestire un’eredità pesante: quella di un paese spaccato tra l’entusiasmo per il rinnovamento e il timore di una deriva autoritaria. Le operazioni di scrutinio, che hanno visto schierati 24 partiti e coalizioni, proseguiranno fino a tarda notte, ma la sensazione generale, tra gli analisti locali, è che non ci sia più spazio per ribaltoni dell’ultimo minuto.

Il dopo voto: la ricerca di una maggioranza e le incognite sulla giustizia

Sebbene la vittoria sia schiacciante, Radev ha già fatto sapere di essere pronto a dialogare per garantire la stabilità, dichiarando che farebbe “un disastro” per il paese tornare nuovamente alle urne e gettandosi alle spalle l’instabilità cronica che ha caratterizzato le ultime legislature. L’alleato naturale potrebbe essere la coalizione “Continuiamo il Cambiamento” – che raggruppa formazioni liberali come quelle guidate da Assen Vassilev e Atanas Atanasov – con la quale il futuro premier condivide l’urgenza di sostituire il Consiglio Superiore della Magistratura, considerato da molti il baluardo del vecchio sistema di potere. Restano però le divergenze profonde in politica estera: se Radev promette un’Europa “dal pensiero più critico”, opponendosi all’invio di armi a Kiev e auspicando relazioni “pragmatiche” con la Russia, i partner liberali restano ancorati al sostegno incondizionato all’Ucraina, una contraddizione che potrebbe avvelenare il pozzo già dalle prime sedute parlamentari. Con quasi sei milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, l’alta affluenza di questa tornata (che ha superato abbondantemente il 50%) testimonia la voglia di voltare pagina, ma anche l’ansia per un futuro che, guidato da un ex generale amico di Putin, appare più incerto che mai.

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