Da Milano ai Colli Euganei, la sfida green di Vitali nell'ex Italcementi: 66 ettari di rigenerazione tra industria, energia e nuovo paesaggio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C’è un filo, sottile ma resistente, che lega il dinamismo imprenditoriale della Milano da bere, o forse sarebbe meglio dire della Milano che rigenera, alla quiete apparente dei Colli Euganei, e questo filo passa inevitabilmente attraverso i 66 ettari di superficie – una superficie vasta, complessa e per certi versi simbolica – dell’ex cementificio Italcementi di Monselice, un’area che dal 2015, anno della sua chiusura, attendeva di riscrivere il proprio destino. Quel filo oggi ha un nome e un cognome, Massimo Vitali, e si materializza nell’avvio ufficiale del cantiere per la trasformazione di uno dei più significativi siti industriali dismessi dell'intero Veneto, un intervento presentato alla cittadinanza in una mattinata di nebbia fitta, quella del 28 febbraio, che non ha però offuscato la portata dell'operazione. I monselicensi, alcuni dei quali avevano legato la propria vita lavorativa a quel polo produttivo, si sono radunati, spinti dalla necessità di capire cosa ne sarà di quello che qualcuno, non senza una certa durezza, definisce un “ecomostro”: una struttura che per oltre mezzo secolo ha rappresentato lavoro e sviluppo, ma anche un peso ambientale non indifferente per il territorio.

La rigenerazione portata avanti dalla bergamasca Vitali, in stretta sintonia con l'amministrazione comunale guidata dalla sindaca Giorgia Bedin – la cui recente elezione in Regione Veneto apre ora a scenari di possibile discontinuità amministrativa, sebbene il progetto mantenga il suo iter – non si limita a una semplice riqualificazione. Si tratta, piuttosto, di un'operazione complessa e ambiziosa che mira a ridisegnare il paesaggio, e lo fa partendo da numeri imponenti: su una superficie complessiva di 66 ettari, che comprende anche l'ex cava del Monte Fiorin, ben 20 sono quelli destinati a essere demoliti e, soprattutto, bonificati dalla presenza dell'amianto. Una fase, quella della bonifica, che rappresenta la precondizione indispensabile e la sfida tecnica più delicata per restituire quell'area alla collettività e a un nuovo ciclo di vita produttivo e naturale.

La sfida della bonifica e il nuovo paesaggio industriale

Il cuore pulsante dell'intervento, che si configura come il più grande cantiere di rigenerazione urbana sostenibile attualmente attivo in Veneto, batte dunque sul doppio fronte della demolizione e della bonifica. I venti ettari interessati dalla rimozione dei manufatti industriali e, contestualmente, dalla bonifica dell'eternit e di altri materiali potenzialmente inquinanti rappresentano una sfida ingegneristica e ambientale di prim'ordine, che richiederà tempistiche certe e procedure rigorose. Non si tratta, però, di una semplice operazione di “pulizia” e di successiva lottizzazione: il progetto, infatti, punta a integrare le componenti industriali – quelle che resteranno – con un nuovo paesaggio, in un dialogo che si preannuncia complesso tra la memoria del luogo, la produzione di energia da fonti rinnovabili e la fruizione naturalistica. È in questo intreccio che risiede l'ambizione di trasformare un'area un tempo dedita all'estrazione e alla produzione di cemento in un polo multifunzionale dove l'energia, il lavoro e lo sviluppo si fondono con la valorizzazione del contesto paesaggistico dei Colli Euganei.

Un progetto da 66 ettari tra memoria e innovazione

L'ex cementificio, per decenni un punto di riferimento economico e un polo attrattivo per manodopera, cederà così il passo a un'idea di sviluppo che tenta di coniugare la sostenibilità ambientale con le esigenze produttive del territorio. La rigenerazione dell'area, che include anche l'ex cava, non potrà prescindere dalla riqualificazione ambientale di quest'ultima, restituendo alla natura uno spazio che per anni è stato segnato dall'attività estrattiva. Si tratta di un passaggio cruciale, perché il recupero della cava del Monte Fiorin è parte integrante di una visione che guarda al futuro senza dimenticare le ferite del passato. In questo senso, l'operazione guidata da Vitali si pone come un modello potenzialmente replicabile in altri contesti, dimostrando come il rapporto tra industria e ambiente possa essere ripensato in chiave non antagonista ma, al contrario, sinergica. La presenza istituzionale e l'interesse della cittadinanza, testimoniato dall'afflusso nonostante la nebbia, sono la conferma di quanto questo progetto sia sentito e atteso come una svolta per l'intera area euganea.

Un cantiere per il futuro dei Colli Euganei

Mentre la piana si prepara ad accogliere le ruspe e a vedere cambiare per sempre il proprio skyline industriale, quello che prende forma è un disegno che non si limita alla mera sostituzione edilizia. L'intervento, per dimensioni e ambizioni, si candida a essere un volano per l'economia locale, creando nuove opportunità occupazionali sia nella fase di cantiere – che richiederà competenze specialistiche nella demolizione selettiva e nella bonifica – sia nella successiva gestione degli insediamenti che sorgeranno. La sfida, naturalmente, sarà quella di mantenere fede agli impegni presi, garantendo che la trasformazione avvenga nel pieno rispetto dei protocolli di sicurezza e dell'ambiente circostante, in un territorio, quello dei Colli Euganei, già al centro di dibattiti e tensioni riguardo ad altri progetti di sviluppo ritenuti da più parti invasivi. In questo quadro, l'operazione ex Italcementi rappresenta un banco di prova fondamentale per dimostrare che è possibile un'altra idea di sviluppo, in cui la rigenerazione urbana diventa la leva per ricucire il tessuto sociale e ambientale, restituendo valore a un'area che per troppo tempo è rimasta in attesa.

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