Monselice, partita la demolizione dell'ex cementificio Italcementi: 66 ettari di rigenerazione tra industria e paesaggio
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Redazione Economia
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C’è un filo, sottile ma resistente, che lega il fervore finanziario e immobiliare di Milano alla quiete vulcanica dei Colli Euganei, e quel filo oggi passa per i 66 ettari dell’ex cementificio di Monselice. Dopo un decennio di silenzio industriale, interrotto solo dal vento che soffiava tra i capannoni dismessi e dalle polemiche sull’amianto ancora presente, il cantiere per la trasformazione dell’area – un tempo cuore pulsante della produzione Italcementi, chiusa definitivamente nel 2015 – è stato ufficialmente aperto. A guidare l’operazione è Massimo Vitali, patron dell’omonima società bergamasca, che ha messo a punto un progetto di rigenerazione urbana il cui respiro, per dimensioni e ambizioni, non ha eguali in Veneto in questo momento. Non si tratta, e va sottolineato, della semplice sostituzione di un capannone con un altro, bensì di un intervento che si propone di ridisegnare il rapporto tra un polo produttivo dismesso – e per certi versi problematico, visti i 66 ettari complessivi e i 20 da bonificare dall’eternit – e il territorio circostante, fatto di vigneti, tufo e storia.
Un intervento da 66 ettari tra bonifica e nuova energia
Il progetto, sviluppato in sinergia con l’amministrazione comunale di Monselice, non si limita alla demolizione dei vecchi manufatti. Chi si è recato nei pressi del sito nei giorni scorsi, sfidando la nebbia tipica della pianura padana, ha potuto notare un movimento insolito: un viavai di tecnici e mezzi che segna l’avvio di una delle più complesse operazioni di bonifica mai tentate nella provincia di Padova. Su quei 66 ettari, venti sono quelli interessati dalla rimozione dell’amianto, una procedura delicata che dovrà restituire un suolo finalmente sicuro. Ma la bonifica è solo il primo atto di una narrazione più lunga, che vede nella produzione di energia da fonti rinnovabili uno dei suoi capitoli centrali. L’idea, per come è stata illustrata, è quella di trasformare l’ex cementificio in un polo in grado di produrre energia pulita, creando un circolo virtuoso che dalla demolizione porti alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo. Non è un caso che si parli di questo intervento come di una leva industriale e finanziaria, un ossimoro solo apparente se si considera che la rigenerazione, oggi, è uno degli asset più strategici per il rilancio dell’economia, capace di attrarre capitali privati laddove lo Stato fatica ad arrivare.
Dalla polvere di cemento a un nuovo paesaggio euganeo
L’intervento, va da sé, non riguarda solo la sorte dei capannoni. L’area in questione include anche l’ex cava del Monte Fiorin, un sito che per decenni ha fornito la materia prima per il cemento e che oggi rappresenta una ferita paesaggistica da rimarginare. Ed è proprio sul concetto di paesaggio che il progetto di Vitali punta a innovare, immaginando non una semplice colata di nuovo cemento – il paradosso sarebbe evidente – ma un inserimento armonico delle nuove architetture nel contesto dei Colli Euganei. Si parla di volumi che dovranno dialogare con le linee dolci delle colline, di spazi verdi che si sostituiranno ai piazzali industriali, di percorsi che potrebbero ricucire il rapporto tra la città di Monselice e quel lembo di territorio rimasto per anni interdetto alla fruizione pubblica. Si tratta, in sostanza, di ridare un senso a un luogo che di senso, dopo la chiusura, ne aveva perso molto, diventando un “ecomostro” – come lo hanno definito alcuni residenti – di cui liberarsi al più presto.
L’addio a un simbolo industriale e le speranze dei monselicensi
Per comprendere la portata emotiva di questo avvio di cantiere, bisogna osservare la folla che si è radunata nonostante il clima grigio e umido di fine febbraio. Tra i curiosi, c’erano molti di quelli che all’Italcementi ci avevano lavorato per una vita, testimoni di un’epoca in cui la fabbrica rappresentava non solo un posto di lavoro ma un’identità collettiva. Arrivavano alla spicciolata, racconta chi era presente, spinti dalla necessità di vedere con i propri occhi il momento in cui quel passato, con le sue luci e le sue ombre – e il problema ambientale che lo accompagnava – cominciava materialmente a essere smantellato. La demolizione, in questo senso, assume i contorni di un rito di passaggio: chiude il capitolo del cemento e ne apre uno nuovo, fatto di energia, di sviluppo sostenibile e di una diversa idea di lavoro. Certo, la strada è lunga: bonificare 20 ettari dall’amianto non è operazione che si risolve in pochi mesi, e richiederà una vigilanza costante da parte delle autorità sanitarie e ambientali. Ma l’avvio del cantiere segna comunque un punto di non ritorno, la fine di un’attesa durata dieci anni e l’inizio concreto di quella che è stata presentata come la più grande operazione di rigenerazione urbana sostenibile del Veneto.




