Torino, due valvole, un solo accesso, un battito che non si è mai fermato: la nuova frontiera della cardiochirurgia mininvasiva alle Molinette

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Redazione Salute Redazione Salute   -   All’Ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino – un centro che, va detto, continua a ritagliarsi un ruolo di primo piano nell’innovazione clinica – è stato eseguito un intervento destinato a lasciare il segno negli annali della disciplina. Per la prima volta, un’équipe multidisciplinare coordinata dal professor Stefano Salizzoni ha trattato due valvole cardiache malate utilizzando un unico accesso chirurgico e, ciò che sorprende ancor più se si considera la tradizione cardiochirurgica, senza mai fermare il battito del cuore né ricorrere alla circolazione extraCorporea. Il paziente, un uomo di 82 anni residente nella provincia di Torino e assistito dalla struttura sanitaria con il nome di Giuseppe, presentava un quadro clinico che avrebbe reso un approccio tradizionale a cuore aperto pressoché impraticabile. Oltre a soffrire di importanti patologie vascolari era già stato sottoposto in passato a un intervento di rivascolarizzazione coronarica, un dettaglio non secondario che complicava ulteriormente la gestione del rischio operatorio.

Una doppia sfida risolta attraverso una piccola incisione

La complessità della patologia che affliggeva Giuseppe risiedeva nella combinazione letale di due diversi vizi valvolari: da una parte una severa stenosi aortica, che impediva al sangue di essere espulso correttamente dal cuore verso l’organismo, dall’altra una grave insufficienza della valvola mitrale, quella che separa l’atrio sinistro dal ventricolo sinistro, la quale non chiudendosi più ermeticamente causava un pericoloso reflusso di sangue all’indietro. Di fronte a un simile scenario, l’Heart Team dell’ospedale – un gruppo che unisce le competenze di cardiochirurghi, cardiologi interventisti e anestesisti – ha optato per una strategia mai tentata prima in questa specifica combinazione. Attraverso una minuscola incisione di appena 4-6 centimetri praticata nel torace sinistro, i medici sono riusciti a raggiungere direttamente il ventricolo sinistro, utilizzandolo come una sorta di varco unico per accedere a entrambe le valvole danneggiate. E l’intervento, lo si sottolinea, è avvenuto a cuore battente: un lusso che la tecnica tradizionale non concede, costringendo invece i chirurghi a fermare l’organo e a delegare la circolazione sanguigna a una macchina cuore-polmone.

Dalla Tavi alla Neochord: due tecniche pionieristiche in una sola seduta

L’operazione, eseguita in una delle sale ibride ad alta tecnologia delle Molinette, si è articolata idealmente in due atti distinti, entrambi risolti però senza spostare il campo operatorio. Nel primo, gli specialisti hanno impiantato una bioprotesi aortica sfruttando la consolidata tecnica Tavi (Transcatheter Aortic Valve Implantation), che permette di posizionare una nuova valvola senza asportare quella malata e senza aprire il torace. Ma è il secondo passaggio a rappresentare il vero cuore pulsante dell’innovazione di questo caso: attraverso lo stesso minuscolo accesso usato per l’aorta, e con la guida ecocardiografica fornita dal dottor Alessandro Vairo, l’équipe ha riparato la mitrale affetta da prolasso. La tecnica utilizzata in questa fase è nota come Neochord, una procedura di altissima specializzazione nella quale le Molinette vantano ormai una leadership internazionale indiscussa; in pratica, ai lembi della valvola malata vengono impiantate a cuore battente delle corde artificiali in Gore-Tex (lo stesso materiale dei tessuti tecnici impermeabili) che vanno a sostituire quelle naturali ormai rotte, ripristinando la corretta chiusura della valvola senza bisogno di sostituirla del tutto.

Il decorso post-operatorio e il lavoro silenzioso dell’équipe

I vantaggi concreti di questa doppia procedura mininvasiva, che ha evitato la sternotomia (l’apertura del torace) e la circolazione extrarea, si sono manifestati immediatamente nel breve periodo post-operatorio, offrendo una qualità di recupero impensabile per un paziente 82enne con un quadro così compromesso. L’assenza di un trauma esteso e la possibilità di preservare la funzionalità naturale dell’organo hanno permesso ai medici di risvegliare Giuseppe poche ore dopo la fine dell’operazione; una circostanza, quest’ultima, che ha accorciato drasticamente i tempi di degenza rispetto ai canoni della cardiochirurgia classica, portando le dimissioni nel giro di pochissimi giorni. L’operazione – va infine dato merito a chi l’ha resa possibile – è stata condotta con successo dal professor Stefano Salizzoni, coadiuvato dai dottori Antonio Montefusco, Matteo Marro e Federico Conrotto, con il fondamentale supporto anestesiologico del dottor Samuele Lombi e di un team infermieristico altamente qualificato, dimostrando ancora una volta come la collaborazione tra cardiochirurgia (diretta dal professor Mauro Rinaldi) e cardiologia (diretta dal professor Gaetano Maria De Ferrari) possa tradurre in realtà ciò che fino a ieri appariva confinato nei manuali teorici.

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