Sudan, la crisi infinita tra violenze e un timido piano di tregua
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Redazione Esteri
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Mentre il mondo fatica a distogliere lo sguardo da altri teatri di crisi, il Sudan sprofonda in un baratro di violenza che, dopo più di due anni, non conosce soste. La caduta strategica di El Fasher, capoluogo del Darfur Settentrionale, in mano ai paramilitari delle Forze di Supporto Rapido ha agito da triste e potente monito, riportando i riflettori internazionali su una tragedia che prosegue ormai da tempo in una relativa indifferenza. Chi, con immensa fortuna, è riuscito a mettersi in salvo da quella città ha portato con sé testimonianze di una sofferenza inaudita, descrivendo corpi segnati in modo indelebile dalla tortura e dalla malnutrizione, un quadro che le analisi satellitari condotte dai ricercatori di Yale hanno tragicamente confermato, mostrando l'estensione della devastazione.
L'emergenza umanitaria più grave del pianeta
Quella che si sta consumando nel paese africano è, senza alcuna esagerazione, la più grave emergenza umanitaria a livello globale. Il conflitto, che oppone l'esercito regolare, noto come Saf, ai paramilitari delle Rsf, ha scatenato una spirale di violenza, fame e sfollamenti di massa di proporzioni quasi inimmaginabili. Secondo le stime più accreditate delle Nazioni Unite, sono oltre trenta milioni le persone che necessitano di assistenza umanitaria urgente per sopravvivere, una cifra che rappresenta più della metà dell'intera popolazione sudanese. Di questi, una parte consistente, il 51,4%, è composta da bambini, mentre gli adulti ne costituiscono il 43,4%; agli anziani, i più vulnerabili, rimane una fetta del 5,3%, un dato che da solo racconta la demografia della disperazione.
L'allarme per l'avanzata paramilitare
La preoccupazione, già altissima, è ulteriormente cresciuta con le dichiarazioni di padre Diego Delle Carbonare, provinciale dei comboniani in Sudan, il quale, in un videocollegamento con una conferenza alla Camera dei deputati, ha lanciato un nuovo, drammatico allarme. Le Forze di Supporto Rapido, ha spiegato, controllano ormai l'intera, vasta regione del Darfur e il timore concreto è che possano sferrare una nuova offensiva nel vicino Kordofan, prendendo di mira la città di El Obeid. Una simile mossa, che i paramilitari hanno già dimostrato di poter mettere in atto, aprirebbe un nuovo, sanguinoso capitolo in un conflitto che non sembra conoscere confini geografici.
Le denunce diplomatiche e le accuse di sostegno esterno
Dalla diplomazia giungono, intanto, accuse precise e documentate. L'ambasciatore sudanese in Italia, Imad al-Din al-Mirghani, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Roma alla presenza di media italiani e arabi, ha denunciato con forza i crimini commessi dai ribelli. Le Forze di Supporto Rapido, ha affermato, sono responsabili di massacri atroci non solo in Darfur, ma anche a Gezira, nel Kordofan e in numerose altre città. L'ambasciatore ha inoltre aggiunto un tassello cruciale, sostenendo che le azioni dei paramilitari ricevono un sostegno esterno da ben diciassette paesi diversi, un'accusa grave che, se confermata, internazionalizzerebbe ulteriormente il conflitto. Prima dell'incontro, per dare concretezza visiva a quelle parole, l'ambasciata ha proiettato immagini che documentano le atrocità, mostrando la crudeltà di omicidi e torture perpetrati da coloro che vengono definiti come forze ribelli.




