L’Iron Dome israeliano negli Emirati e la nuova geografia della guerra nel Golfo
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Redazione Esteri
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Tel Aviv, 12 mag. – La conferma, giunta dall’ambasciatore americano Mike Huckabee, ha trasformato in certezza ciò che circolava come indiscrezione da settimane: Israele ha schierato batterie del sistema antimissile Iron Dome, insieme al personale necessario per la loro operatività, negli Emirati Arabi Uniti. Lo ha fatto nel pieno della guerra con l’Iran, un dettaglio temporale che ne esalta la portata strategica, trasformando un’alleanza nata dai promettenti Accordi di Abramo in un vero e proprio pilastro operativo sul campo. Huckabee, nel dare notizia dell’invio, ha elogiato senza riserve la “relazione straordinaria” tra Abu Dhabi e Tel Aviv, sottolineando come la minaccia comune abbia compattato due attori un tempo lontani, spingendo il governo israeliano a mettere a disposizione di un paese arabo la propria tecnologia di punta, quella stessa “Cupola di Ferro” finora utilizzata esclusivamente per proteggere i propri confini o quelli americani.
L’asse militare Israele-Emirati e il retroscena dell’attacco iraniano
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e da fonti diplomatiche, gli Emirati non si sarebbero limitati a un ruolo passivo di scudo. Nel corso dell’escalation, e in particolare agli inizi di aprile, le forze emiratine avrebbero condotto attacchi diretti contro obiettivi iraniani; tra questi, viene citato un raid mirato contro una raffineria situata sull’isola di Lavan, nel Golfo Persico. Se le indiscrezioni venissero ulteriormente confermate, ci troveremmo di fronte a un cambio di paradigma: Abu Dhabi uscirebbe dal cono d’ombra per entrare a pieno titolo nella coalizione anti-Teheran, un’evoluzione destinata a irrigidire le tensioni non solo con la Repubblica Islamica, ma anche con l’Arabia Saudita, storicamente titubante nell’allinearsi così esplicitamente alla linea dura di Israele e Stati Uniti. Le ragioni di questo protagonismo hanno radici profonde nella difesa del territorio: il ministero della Difesa emiratino ha quantificato in circa 550 missili balistici e oltre 2.200 droni i lanci subiti dall’inizio delle ostilità, una pioggia di fuoco che ha reso il piccolo golfo il bersaglio materiale più colpito dell’intero conflitto, persino più di Israele.
La Casa Bianca valuta l’allargamento del fronte
Nel frattempo, il quadro politico-militare si complica ulteriormente a Washington. Il presidente Donald Trump, ormai da oltre un anno alla Casa Bianca, ha riconvocato d’urgenza il Consiglio per la sicurezza nazionale. All’ordine del giorno, le modalità per rispondere al secco rifiuto opposto dall’Iran alla proposta americana per la cessazione delle ostilità. L’inquilino del Palazzo Esecutivo è apparso particolarmente irritato, arrivando a definire il cessate-il-fuoco attualmente in vigore – mediato in larga parte dal Pakistan – come un paziente “in terapia intensiva”. Le valutazioni del tycoon, secondo fonti vicine alla riunione, spazierebbero dalla ripresa dell’Operazione Project Freedom, finalizzata a rompere l’accerchiamento nello Stretto di Hormuz, fino a pianificare una nuova campagna di bombardamenti mirati in territorio persiano. La risposta di Teheran non si è fatta attendere sul piano retorico, con i vertici del parlamento che hanno ventilato l’ipotesi estrema di procedere verso l’arricchimento dell’uranio al 90% qualora venissero nuovamente colpiti, alimentando lo spettro di una proliferazione nucleare ormai a un passo.
La mediazione qatariota in un contesto di stallo diplomatico
Proprio mentre le armi e le diplomazie si muovono su questi binari paralleli, un altro tentativo di mediazione ha avuto luogo in Florida. Il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff hanno incontrato a Miami il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. L’incontro, che ha visto la partecipazione del rappresentante di Doha subito dopo un suo precedente abboccamento a Washington con il vicepresidente JD Vance, si è concentrato sugli sforzi per trovare un’intesa che ponga fine alle ostilità. Al Thani, spinto dall’urgenza della situazione al punto da prolungare la sua permanenza negli Stati Uniti, ha sollecitato “tutte le parti coinvolte” a rispondere positivamente ai tentativi di pacificazione, auspicando una soluzione che affronti le radici profonde della crisi. Tuttavia, la distanza tra le posizioni, con Trump che bolla la controfferta iraniana come “totalmente inaccettabile” e l’amministrazione pronta a nuovi interventi bellici, sembra al momento colmare ogni spazio residuo per la diplomazia, spingendo la regione verso una pericolosa fase di guerra aperta o di “pace armata” sempre più fragile.




