L’Iron Dome negli Emirati e quei militari israeliani sul terreno: così il Golfo cambia padrone
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Redazione Esteri
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Una batteria del sistema d’intercettazione Iron Dome schierata ad Abu Dhabi, decine di soldati dell’Idf operativi “sul campo” – lontano dai confini nazionali per la prima volta in modo così esplicito – e una condivisione di intelligence in tempo reale che trasforma la difesa anti-droni in un affare di stato. È quanto rivelato da fonti governative e militari, e confermato da analisti internazionali, circa la cooperazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti durante le settimane più calde della guerra contro l’Iran. Se gli Accordi di Abramo del 2020 avevano rappresentato l’architrave diplomatico di un riavvicinamento economico, la presenza fisica dell’esercito israeliano nel Golfo ne rappresenta l’evoluzione operativa: un salto di qualità che abbatte le residue reticenze trasformando un’intesa formale in un patto militare implicito.
Il poliziotto del Golfo e la rete di alleanze (di comodo)
A guardare i numeri – circa 550 missili balistici e oltre 2.200 droni lanciati dall’Iran contro gli Emirati – si capisce perché Abu Dhabi abbia dovuto cercare aiuto oltre i tradizionali canali atlantici. L’intervento di Israele, passato attraverso una richiesta diretta del presidente emiratino Mohamed bin Zayed al premier Netanyahu, ha mandato in scena un unicum geopolitico: un’operazione difensiva condotta da un esercito straniero su suolo arabo non per occupazione, ma per protezione. Va detto che l’operazione ha smontato la retorica – ancora molto battuta in alcune cancellerie europee – dell’isolamento israeliano nella regione. Tuttavia, non si tratta di una vera e propria integrazione regionale quanto piuttosto di una convergenza d’interessi costruita attorno a una minaccia comune: l’Iran. Le due “Sparte” del Medio Oriente, come sono state definite da qualche osservatore, si trovano così a combattere fianco a fianco, col solo collante della paura verso Teheran.
Il sistema Iron Beam e la svolta tecnologica nella difesa anti-drone
Non si è trattato solo dell’invio della celebre “Cupola di Ferro”. Rapporti più approfonditi – in particolare quelli della stampa finanziaria internazionale – indicano che Israele ha fornito agli Emirati anche componenti del sistema Iron Beam, la tecnologia laser avanzata progettata per intercettare razzi e droni a corto raggio con un costo per ora di utilizzo irrisorio rispetto ai missili intercettori tradizionali. Quest’arma, che utilizza un raggio di energia diretta per far esplodere il bersaglio, è stata affiancata dal sistema di sorveglianza “Spectro”, capace di riconoscere i droni Shahed iraniani a venti chilometri di distanza. Gli Emirati, che in passato si erano affidati quasi esclusivamente ai sistemi THAAD e Patriot americani, hanno così testato sul campo una difesa multilivello ibrida. E lo hanno fatto ospitando decine di operatori israeliani, i quali hanno gestito le fasi più critiche delle intercettazioni durante gli attacchi asimmetrici della Repubblica islamica.
Guerra e affari: il nuovo equilibrio del Golfo
Per capire la portata dello strappo basta guardare il contesto. Mentre i missili cadevano sulle basi americane e sugli aeroporti emiratini – con danni documentati anche a velivoli di valore strategico come gli Saab Awacs – Israele non solo difendeva il territorio altrui, ma si assicurava una profondità strategica fondamentale. Dall’altra parte, Mosca – che a prima vista sembrava favorita dall’impennata del prezzo del greggio – ha subito un danno laterale: l’Ucraina di Zelensky, infatti, ha approfittato della crisi per offrire la propria consulenza in materia di difesa anti-drone alle ricche monarchie del Golfo, diversificando le fonti di tecnologia militare a scapito dell’influenza russa. Gli Emirati, dal canto loro, hanno annunciato l’abbandono dell’Opec a partire dal primo maggio, una mossa che, sebbene legata a dinamiche petrolifere interne, li rende ancora più liberi di agire senza il ricatto delle quote. E in questo mosaico, la presenza dell’esercito israeliano diventa la garanzia fisica di un nuovo ordine.
Militari e missili: un riassetto strategico senza precedenti
L’invio di una batteria Iron Dome fuori dai confini nazionali rappresenta un precedente che ridisegna l’architettura della sicurezza regionale così come conosciuta fino ad oggi. Non è più solo un’esportazione di armamenti, ma una proiezione di potenza attiva: Israele si è fatto carico della difesa di un alleato sotto attacco diretto, rischiando di diradare le proprie difese in patria. Per i funzionari emiratini, come riportato da Axios e dal Times of Israel, questo intervento non verrà dimenticato facilmente, e ha creato un canale preferenziale con Gerusalemme che mette in ombra persino la tradizionale alleanza con Washington. Che si tratti di un’alleanza di comodo o di un legame destinato a durare, il dado è tratto: nel Golfo, a fare la polizia oggi, non sono più solo le portaerei americane, ma anche i radar israeliani piantati nel deserto.




