Europa, il conto della sicurezza: Washington prepara il disimpegno, dai caccia ai sottomarini
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Redazione Esteri
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La certezza incrollabile sulla quale si reggeva l’architettura della difesa occidentale, ovvero la disponibilità immediata del gigante americano in caso di crisi sul suolo europeo, ha improvvisamente vacillato trasformandosi in una crepa destinata ad allargarsi.
È quanto emerge dalle indiscrezioni – suffragate da fonti diplomatiche e da un’inchiesta del settimanale tedesco Der Spiegel – secondo le quali l’amministrazione di Donald Trump ha comunicato ufficialmente agli alleati, nel corso di un vertice riservato tenutosi la scorsa settimana a Bruxelles, un piano di riduzione “drastica” del contingente bellico messo a disposizione della Nato.
A dare il cattivo tempo, stando alle ricostruzioni, è stato l’inviato del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, Alexander Velez-Green, il quale non si è limitato a ventilare ipotesi ma ha dettagliato il nuovo corso: non si tratta più di condividere gli oneri (il cosiddetto burden sharing), bensì di trasferirli (burden shifting), lasciando ai Paesi europei l’onere di colmare un vuoto che rischia di essere incolmabile nel breve periodo.
L’entità dei tagli: meno caccia, niente sommergibili
Nel dettaglio, la manovra di riallocazione degli asset militari statunitensi – che mira a dare priorità a scenari di crisi ritenuti più pressanti, come il possibile conflitto nell’Indo-Pacifico – si tradurrebbe in un alleggerimento senza precedenti della presenza americana in Europa. I numeri parlano chiaro: una riduzione di un terzo degli aerei da combattimento (caccia) attualmente stanziati, un dimezzamento dei bombardieri strategici (quelli in grado di trasportare testate nucleari, sebbene la deterrenza atomica rimanga formalmente garantita), e un taglio sostanziale delle unità navali.
In particolare, la Marina americana non fornirà più sottomarini al “Nato Force Model” (il modello di forze istituito nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina) e ridurrà significativamente il numero di cacciatorpediniere e di droni, sia quelli da ricognizione che quelli armati.
Tale decisione, sebbene non del tutto inaspettata vista la linea tenuta dalla Casa Bianca negli ultimi mesi, ha colto i vertici militari europei di sorpresa per l’entità e la rapidità con cui dovrebbe essere implementata. La contropartita, implicita nella comunicazione del Pentagono, è tanto chiara quanto onerosa: gli Stati Uniti intendono mantenere un ruolo di primo piano nella deterrenza nucleare (un ombrello che, per ora, non viene toccato), ma pretendono che sia l’Europa stessa a farsi carico della propria difesa convenzionale.
La reazione e il nodo dei tempi
La comunicazione di Velez-Green non è stata semplicemente una notifica, ma una vera e propria esortazione (alcuni osservatori parlano di una “minaccia indiretta”) a presentare soluzioni concrete. Il termine ultimo per rispondere a questa sfida è stato fissato ai primi di giugno, in occasione della prossima Force Sourcing Conference, dove i Paesi membri dovranno spiegare come intendono sopperire alle carenze che si apriranno nel dispositivo di difesa.
Gli Stati Uniti hanno manifestato l’intenzione di cooperare strettamente con chi agirà rapidamente, lasciando intendere che chi resterà indietro dovrà fare i conti con una protezione militare largamente ridotta.
La Germania, che già aveva annunciato una “svolta epocale” nel suo approccio alla spesa per la difesa (puntando a raggiungere il 3,5% del Pil entro il 2029), si trova ora a dover accelerare ulteriormente i tempi, così come gli altri membri dell’Unione, sebbene capacità critiche come l’intelligence satellitare, la logistica aerea e le portaerei rimangano al momento fuori dalla portata di Parigi o Berlino.
Dietro questa scelta, che molti interpretano come l’alba di una “Nato 3.0”, vi è anche una necessità logistica immediata legata al conflitto in corso in Iran: il Pentagono ha bisogno di ricostituire le proprie scorte di munizioni e di alleggerire un fronte europeo che considera ormai “maturo” per assumersi maggiori responsabilità, al fine di concentrare le risorse sul Pacifico, dove la minaccia cinese (con la finestra temporale critica del 2027 per una possibile mossa su Taiwan) è ritenuta prioritaria.




