Il fondo sovrano in esaurimento e l'ombra di un nuovo reclutamento: la Russia al bivio

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il conflitto in Ucraina entra nel suo quinto anno, le crepe all'interno del sistema russo, un tempo apparentemente monolitico, diventano sempre più profonde e visibili, rivelandosi non solo sul campo di battaglia, ma anche e soprattutto nei meandri dell'economia e nelle pieghe della macchina statale. Il quadro che emerge, a quasi quattro anni dall'inizio dell'invasione su vasta scala, è quello di un paese costretto a fare i conti con risorse in via di esaurimento e con la necessità, per il Cremlino, di ripensare le proprie strategie di mobilitazione, nonostante la propaganda continui a tessere la narrazione di un'operazione militare speciale che procede secondo i piani -7. Un dettaglio, emerso durante le interlocuzioni diplomatiche con la nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, appare a tal proposito emblematico delle reali priorità e delle ansie che agitano le élite di Mosca: nella bozza del discusso accordo di pace, Kiev sarebbe chiamata a impegnarsi a non colpire due città in particolare, Mosca e San Pietroburgo, quasi a voler creare una zona franca, una riserva protetta per gli interessi e la sicurezza personale di chi detiene il potere, lasciando intendere che il resto del paese possa essere considerato, in una certa misura, sacrificabile.

L'economia di guerra e il conto presentato ai cittadini

Il presupposto su cui si è retta la macchina bellica russa in questi anni, ovvero la possibilità di attingere a piacimento dalle ingenti riserve accumulate, mostra chiari segni di cedimento strutturale. Il Fondo Nazionale di Benessere, che allo scoppio del conflitto vantava attivi liquidi per oltre 113 miliardi di dollari, equivalenti a una fetta significativa del Pil, ha visto il proprio valore più che dimezzarsi, scendendo a circa 50 miliardi, una cifra che rappresenta ormai poco più dell'1,7 per cento del prodotto interno lordo -2. Questa emorragia di capitale, dovuta alla necessità di tappare i buchi di bilanci statali sempre più in profondo rosso, ha imposto una stretta senza precedenti: il governo ha sostanzialmente deciso di mettere in naftalina quel che resta del fondo, limitando al minimo i prelievi previsti per il 2026 e cercando anzi, ove possibile, di reintegrarlo, nella speranza di preservare un cuscinetto per tempi che si preannunciano ancora più duri -2. La conseguenza diretta di questa mossa, come osservano gli analisti, è che il peso economico della guerra è stato ora scaricato in modo massiccio sulle spalle della popolazione, attraverso un aumento dell'Iva, portata al 22 per cento, e l'introduzione di nuovi tributi, un modo per far fronte a un deficit di bilancio che per il solo 2026 si prevede attorno ai 45 miliardi di dollari, destinato a lievitare ulteriormente negli anni successivi e a essere coperto da un ricorso sempre più massiccio all'indebitamento interno -2-8.

Parallelamente allo sforzo finanziario richiesto ai cittadini, il Cremlino ha messo in atto una significativa riforma del sistema di leva, un chiaro segnale delle difficoltà nel mantenere il contingente in Ucraina senza ricorrere a misure impopolari. Con un decreto firmato a fine anno, Vladimir Putin ha di fatto abolito il tradizionale sistema di reclutamento semestrale, introducendo un meccanismo di chiamata obbligatoria che sarà attivo per tutto l'arco del 2026, con l'obiettivo dichiarato di inrare circa 261mila coscritti -3. Se da un lato le autorità militari assicurano che i giovani chiamati non verranno inviati direttamente nelle zone di combattimento, dall'altro l'eliminazione delle barriere burocratiche e la semplificazione delle procedure hanno l'effetto di rendere la macchina arruolante molto più efficiente e reattiva, pronta a una mobilitazione rapida e su larga scala qualora se ne presentasse la necessità, in un contesto in cui le perdite, secondo stime ucraine e occidentali, continuano a essere elevatissime -3.

La diplomazia parallela e le incognite dei negoziati

In questo scenario di crescenti difficoltà interne, la Russia si muove su un doppio binario: da un lato, la macchina bellica e repressiva continua a macinare, con le forze ucraine che solo nel 2025 avrebbero provocato migliaia di "incidenti militari" in territorio russo, a testimonianza di come il conflitto abbia ormai tracimato abbondantemente oltre i confini contesi; dall'altro, si moltiplicano i tentativi di dialogo, spesso caratterizzati da richieste e condizioni che rivelano le vere priorità del Cremlino. L'attenzione maniacale nel voler proteggere i centri nevralgici del potere, più che l'integrità territoriale del paese, è un segnale potente della natura del regime, così come lo è la continua ridda di minacce nucleari, ciclicamente rilanciate per riposizionare l'asticella del confronto e mettere sotto pressione gli alleati di Kiev. Le cancellerie europee, dal canto loro, pur mostrandosi divise sugli aspetti finanziari e pratici del sostegno a Kiev, con l'Ungheria di Viktor Orbán che continua a porre veti e ostacoli, ribadiscono a parole un sostegno incrollabile all'Ucraina, mentre preparano piani di riarmo comune, un paradosso solo apparente se letto alla luce della paura che una sconfitta russa, o al contrario una sua vittoria, possa ridefinire gli equilibri di sicurezza del continente -7.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.