Israele, la "linea gialla" che ridisegna il confine di Gaza
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Redazione Esteri
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Quella che doveva essere una linea temporanea, tracciata in vista di un primo arretramento israeliano dalla Striscia di Gaza, sta assumendo i contorni, assai più definiti e permanenti, di un nuovo confine. La cosiddetta “linea gialla”, che Israele aveva promesso di demarcare con semplici segnali, si è invece materializzata attraverso la posa di pesanti blocchi di cemento, suscitando il timore concreto che non si tratti affatto di una misura provvisoria. A sollevare la questione, con un’analisi dettagliata, è il quotidiano “Yedioth Ahronoth”, il più diffuso nel paese, secondo il quale l’attuale demarcazione potrebbe presto trasformarsi in «una barriera alta e sofisticata che ridurrà la Striscia di Gaza, amplierà il Negev occidentale e consentirà la costruzione di insediamenti israeliani in quella zona». Una prospettiva, questa, che configurerebbe di fatto un’annessione strisciante di territori, alterando in maniera sostanziale la geografia di una regione già lacerata da un conflitto di lunga durata.
Le accuse dell'Onu e la reazione italiana
Nel frattempo, al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, si è consumato un aspro scontro diplomatico innescato dal rapporto della relatrice speciale Francesca Albanese. La giurista italiana, in un documento di ventiquattro pagine presentato alla Terza Commissione dell'Assemblea Generale, ha accusato sessantatré Paesi, tra cui l’Italia, di essere “complici di genocidio” per il sostegno offerto a Israele, lasciando la Striscia, a suo dire, “strangolata, affamata e distrutta”. La reazione di Roma, per bocca dell’ambasciatore Maurizio Massari, è stata immediata e durissima, bollando il rapporto come “totalmente privo di credibilità e imparzialità” e respingendo con forza le pesanti imputazioni avanzate.
La fragile tregua e le proteste in Italia
Sul terreno, una tregua estremamente fragile continua a reggere tra scambi di fuoco e operazioni militari che, secondo i resoconti locali, hanno causato la morte di oltre cento palestinesi in un breve lasso di tempo. Le conseguenze del conflitto si fanno sentire anche lontano dal Medio Oriente, toccando da vicino la politica interna di altri stati. In Italia, per esempio, l’attracco della nave Seasalvia nel porto di Taranto ha riacceso le proteste dell’Usb, il sindacato che ha definito l’operazione un “nuovo carico di morte”. L’organizzazione accusa la compagnia Eni di aver caricato greggio che, con ogni probabilità, è destinato “alle forze di occupazione israeliane”, chiedendo alla città di non rendersi complice di tali rifornimenti.
Lo scenario di un confine stabile
La possibile trasformazione della “linea gialla” in una barriera infrastrutturale complessa delinea uno scenario radicalmente diverso rispetto alle intenzioni inizialmente dichiarate. Se da un lato si parla ufficialmente di misure transitorie, la natura delle opere in corso di realizzazione suggerisce una progettualità di lungo periodo, finalizzata non solo a una separazione netta ma anche a un’espansione territoriale. La riduzione della Striscia di Gaza e l’ampliamento del Negev occidentale, unitamente alla possibilità di costruire nuovi insediamenti, rappresenterebbero un mutamento sostanziale degli assetti, i cui effetti si protrarrebbero ben oltre la durata delle attuali ostilità.




