Netflix compra Warner, il terremoto che (per ora) non si vede
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L'annuncio di un'accordo da 82,7 miliardi di dollari, cifra che di per sé definisce la portata epocale dell'operazione, ha scatenato un comprensibile moto d'ansia attraverso tutte le articolazioni dell'industria dell'intrattenimento, dai grandi studi hollywoodiani fino alle multisala di periferia. La creazione di quel colosso, immediatamente ribattezzato "NetBros" nella parlata veloce dei social network, rappresenta infatti un punto di svolta storico, l'istante in cui il principale attore dell'era dello streaming inCorpora un pezzo fondamentale del vecchio establishment cinematografico, con il suo studio leggendario, il suo streamer HBO Max e un archivio sterminato che abbraccia sia capolavori assoluti del cinema sia proprietà intellettuali di enorme popolarità. Eppure, nonostante il valore astronomico e le implicazioni a lungo termine, gli effetti immediati per gli spettatori saranno quasi impercettibili, poiché le piattaforme continueranno a operare separatamente, mantenendo, almeno nella fase iniziale, le loro identità e i loro cataloghi distinti.
Le reazioni nel mondo del cinema e le parole di Bong Joon Ho
La notizia, che ha fatto rapidamente il giro del mondo, ha trovato una sua eco anche al Marrakech Film Festival, dove il regista sudcoreano Bong Joon Ho, presidente della giuria in quell'edizione, è stato interpellato sul tema durante un'ampia intervista. Il cineasta, che con "Parasite" ha simbolicamente infranto il muro tra cinema di genere e riconoscimento accademico, ha affrontato la questione parlando dell'evoluzione del linguaggio cinematografico e delle preoccupazioni per il destino delle sale, sollevate da un membro del pubblico. Le sue riflessioni, seppur non esplicitamente allarmate, si sono inserite in un coro di voci, provenienti da associazioni di categoria e osservatori, che vedono nell'accordo un potenziale pericolo per la biodiversità del mercato e per la tradizionale finestra cinematografica, da sempre snobbata da Netflix a favore di un rilascio diretto sulla propria piattaforma.
I timori concreti per l'industria e il mercato
Al di là delle dichiarazioni pubbliche, i timori più concreti che agitano Hollywood e non solo sono di natura economica e occupazionale. L'integrazione di due giganti, processo che richiederà mesi se non anni, fa presagire inevitabili razionalizzazioni, con il rischio reale di tagli ai posti di lavoro e di ripercussioni sulle produzioni, specialmente su quelle di medio respiro che potrebbero non rientrare in una logica di puro investimento globale. A questo si unisce l'incertezza sul destino delle sale cinematografiche, già in affanno per la trasformazione delle abitudini di consumo, che vedono nel possibile disinteresse del nuovo conglomerato per il modello tradizionale di distribuzione un ulteriore, grave elemento di crisi. La paura, in sintesi, è che l'operazione possa accelerare un processo di desertificazione degli schermi fisici, concentrando ulteriore potere in una singola entità.
Cosa cambia e cosa non cambia per gli abbonati
Per l'utente finale, il fruitore di serie e film in streaming, la percezione immediata sarà minima. L'accordo, che non include le reti televisive lineari come CNN, non significa la fusione degli abbonamenti o dei cataloghi in un'unica app. Ci si potrà quindi trovare, nel medio periodo, a dover gestire due servizi separati: Netflix nella sua forma attuale e HBO Max con il suo portafoglio, che spazia dalla saga di "Harry Potter" a "Game of Thrones". La vera incognita, quella che tocca direttamente il portafoglio degli abbonati, riguarda la politica dei prezzi futuri, i quali, in un mercato meno frammentato e competitivo, potrebbero subire delle revisioni al rialzo. Il panorama, insomma, è destinato a mutare profondamente, ma i suoi effetti si dispiegheranno con la lentezza tipica dei movimenti tettonici, lasciando per il momento tutto, eppure nulla, come prima.




