Trump e Ramaphosa, quella cena imbarazzante tra accuse e fake news
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Redazione Esteri
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Non è la prima volta che Donald Trump, ricevendo un leader straniero alla Casa Bianca, trasforma un incontro diplomatico in una sorta di tribunale mediatico. Dopo le tensioni con Volodymyr Zelensky e il canadese Mark Carney, questa volta è toccato a Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica, subire quello che ormai sembra un copione collaudato.
Ramaphosa, consapevole delle preferenze di Trump – il golf e, come molti osservatori notano, una certa simpatia per le élite bianche – aveva cercato di ammorbidire l’ospite portando con sé due golfisti professionisti. Una mossa calcolata, che però non ha sortito l’effetto sperato. Appena seduti a tavola, infatti, Trump ha dato il via a uno spettacolo imbarazzante: con un gesto, ha fatto oscurare la Sala Ovale e ha proiettato un video di immagini manipolate, nelle quali si accusava il governo sudafricano di essere complice nell’uccisione di decine di afrikaner.
«Questi sono agricoltori bianchi sepolti», ha dichiarato Trump, mostrando un articolo stampato accompagnato da una foto che, come verificato da diverse fonti, era un chiaro fake. Il presidente americano ha ribadito le sue preoccupazioni per quello che ha definito un «genocidio dei bianchi» in Sudafrica, nonostante i dati dimostrino che la violenza nel Paese colpisce indiscriminatamente tutte le comunità.
La questione dei farmer bianchi è da tempo al centro di un acceso dibattito. Julius Malema, leader della sinistra radicale sudafricana, ha più volte utilizzato lo slogan «Uccidiamo i boeri», alimentando tensioni che Ramaphosa ha cercato di gestire con misure controverse, come la confisca di terre approvata a gennaio. Ma le statistiche ufficiali non supportano l’idea di un sistematico sterminio razziale, come invece sostiene Trump.
Già all’inizio del suo mandato, il presidente americano aveva mostrato particolare interesse per la minoranza bianca sudafricana, circa il 7% della popolazione. Il 7 febbraio scorso, con un ordine esecutivo, aveva autorizzato il governo statunitense a concedere asilo a chi tra loro si sentisse minacciato. Una mossa che, al di là delle intenzioni, ha contribuito a polarizzare ulteriormente la narrazione su un Paese già diviso da ferite storiche e disuguaglianze economiche.




