Teheran rivendica l’attacco alla portaerei Abraham Lincoln, il Pentagono conferma il dispiegamento di nuovi paracadutisti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione nel Golfo Persico ha raggiunto nelle ultime ore un livello che, per intensità e postura militare, richiama alla mente le fasi più acute degli scontri dello scorso anno. Le agenzie iraniane Fars e Mehr hanno diffuso mercoledì la notizia, citando fonti dell’Ufficio stampa dell’Esercito, di un attacco condotto contro il gruppo d’attacco della portaerei statunitense USS Abraham Lincoln. Secondo quanto riportato, l’unità navale sarebbe stata presa di mira con missili da crociera “Qadir” – una tipologia di ordigno terra-mare impiegata dalla Marina della Repubblica islamica – e il dispositivo americano sarebbe stato costretto a modificare la propria posizione nelle acque del Golfo.

Le dichiarazioni di Teheran, accompagnate dalla diffusione di un video che ritrae il lancio dei razzi, arrivano a poche ore di distanza da un’escalation che ha visto il lancio di missili e droni verso Israele e che ha coinvolto anche basi militari statunitensi in Kuwait, Bahrein e Giordania. Sul fronte diplomatico, il governo iraniano ha respinto con fermezza le voci di un avvicinamento negoziale, definendo “eccessiva” la proposta statunitense. “L’Iran porrà fine alla guerra quando lo riterrà opportuno e quando saranno soddisfatte le sue condizioni”, hanno fatto sapere i media statali, citando un funzionario che ha escluso la possibilità di negoziati prima di allora.

La risposta del Pentagono e il rafforzamento militare nella regione

Mentre le immagini dei lanci circolavano nelle agenzie, il Pentagono ha confermato un ulteriore e significativo rafforzamento del proprio contingente in Medio Oriente. Si tratta del dispiegamento di duemila paracadutisti, un movimento che si inserisce in un contesto già segnato dall’operazione militare statunitense “Epic Fury”, avviata quasi un mese fa. La presenza di forze terrestri aggiuntive, unita al posizionamento della portaerei Abraham Lincoln e delle navi di scorta, delinea uno scenario in cui il comando americano si sta preparando a mantenere una capacità di proiezione di potenza a 360 gradi, senza dover dipendere esclusivamente dalle basi nei paesi del Golfo, spesso riluttanti a esporsi in prima linea. La scelta di inviare truppe aviotrasportate suggerisce l’intenzione di preservare l’opzione di un’operazione militare via terra circoscritta, qualora gli equilibri mutassero ulteriormente.

La strategia della tensione e le sirene nel Golfo

La cronaca degli ultimi giorni restituisce l’immagine di un confronto che non accenna a ridursi. Alle affermazioni iraniane di aver preso di mira la portaerei – un’azione che, se confermata, rappresenterebbe un evento di portata storica – si sono aggiunte le minacce lanciate dai Guardiani della Rivoluzione, secondo cui ogni nave nemica che entri nel raggio dei missili sarà colpita. Parallelamente, i media statali hanno riportato lanci nella notte verso diverse località del nord e del centro di Israele, inclusa l’area di Tel Aviv. Le autorità iraniane hanno rivendicato azioni mirate anche contro basi militari statunitensi in Kuwait, Bahrein e Giordania, confermando un'estensione del conflitto che travalica i confini israeliani e coinvolge direttamente le installazioni americane disseminate nella penisola arabica. La replica statunitense a queste azioni, come il recente spiegamento di altre duemila unità, lascia intendere che la fase di stallo potrebbe essere destinata a durare, con le due potenze militari bloccate in un braccio di ferro a colpi di missili da crociera e droni.

La frattura diplomatica e le condizioni di Teheran

Sullo sfondo delle operazioni militari, la frattura diplomatica appare insanabile. Mentre il presidente Donald Trump aveva precedentemente accennato a colloqui in corso, da Teheran arriva una smentita secca. Un funzionario politico-militare iraniano ha dichiarato a una rete libanese affiliata a Hezbollah che il Pakistan è stato informato dell'impossibilità di accettare i quindici punti della proposta americana. L’atteggiamento della Repubblica islamica sembra voler ribadire un principio di non negoziazione sotto pressione, sostenendo che gli Stati Uniti non abbiano i titoli per avanzare richieste. La proposta americana, considerata “eccessiva”, viene quindi respinta al mittente in un momento in cui il dispositivo militare schierato sul terreno – con navi da guerra, cacciatorpediniere e sistemi di difesa aerea – rende il Golfo Persico una polveriera pronta a esplodere al minimo innesco.

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