Le tante ombre di Sam Altman: a chi affidiamo il futuro dell’ai?
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Redazione Economia
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Il processo che si sta svolgendo in California, quello che vede contrapposti Elon Musk a OpenAI e al suo amministratore delegato Sam Altman, sta facendo emergere un ritratto piuttosto articolato e, per certi versi, ambiguo del volto più noto dell’intelligenza artificiale generativa. Non si tratta solo di una disputa legale tra miliardari, per quanto affascinante possa essere, ma di un’occasione per osservare da vicino le leve – visione tecnologica, capacità di raccolta di capitali e influenza crescente – che Altman manovra con una destrezza rara, forse considerabile il più grande venditore della storia in questo settore. Lui, che ha saputo attrarre investimenti mega miliardari, si trova ora a dover rispondere di un’accusa pesante: aver tradito la missione originaria della startup, fondata nel 2015 insieme a Musk e a Greg Brockman, per trasformarla in un colosso votato al profitto.
Il cuore della discordia: non profit contro profitto
La causa, intentata da Musk con una richiesta di risarcimento che si aggira intorno ai 150 miliardi di dollari, si basa su un assunto piuttosto lineare nella sua esposizione, anche se complesso nelle sue implicazioni. L’accusa è che Altman e il suo braccio destro, il presidente Greg Brockman, abbiano violato l’accordo fondativo di OpenAI: sviluppare un’intelligenza artificiale generale – una AGI – che fosse “sicura” e messa “a servizio dell’umanità” senza scopo di lucro. Musk, che all’epoca investì una cifra considerevole (si parla di circa 38 milioni di dollari), sostiene di essere stato tratto in inganno, di aver finanziato una fondazione benefica che poi, di fatto, è stata “saccheggiata” per creare una struttura capitalistica. La difesa di Altman, al contrario, ha sempre respinto queste accuse, definendo la causa una “campagna di molestie” dettata dall’ego e dalla gelosia di Musk, il quale – sostengono – avrebbe semplicemente perso la partita per il controllo di OpenAI dopo aver lasciato il consiglio di amministrazione nel 2018.
Dalla parte di Musk: una testimone scomoda nel board
Proprio in questi giorni, l’udienza ha visto la testimonianza di una figura quantomeno singolare, che aggiunge un ulteriore strato di complessità a questa vicenda. Si tratta di Shivon Zilis, una dirigente che siedeva nel board di OpenAI ed è, guarda un po’, una persona estremamente vicina a Elon Musk, tanto da essere la madre di quattro dei suoi figli e da essere stata definita dallo stesso imprenditore la sua “compagna”. La sua deposizione, in un’aula di tribunale a Oakland, ha offerto spunti rivelatori, confermando che nel 2017 Musk aveva proposto di trasformare OpenAI in un’entità a scopo di lucro, e addirittura di fonderla con Tesla. Lontano dall’essere la classica “talpa”, Zilis ha testimoniato che questa ipotesi, però, fu fermamente respinta da Altman, da Brockman e da Ilya Sutskever. Insomma, l’idea di una svolta commerciale non era estranea a Musk, che però la voleva guidare personalmente. Quando gli fu negato il controllo assoluto – una richiesta che, secondo le carte processuali, prevedeva anche di usare le risorse di OpenAI per finanziare la sua visione di una “città su Marte” – lui uscì dalla porta principale per rientrare dalla finestra, fondando una società rivale, xAI.
Il “pensavo mi avrebbe colpito” e il valore della testimonianza
Il processo, che si preannuncia lungo e ricco di colpi di scena, sta portando alla luce dettagli piccanti che vanno oltre le semplici dichiarazioni societarie. Le ricostruzioni giornalistiche parlano di un clima tesissimo all’interno del consiglio di amministrazione già negli anni passati. Un passaggio, riportato dalle agenzie, fa riferimento a una frase di Musk (“Pensavo mi avrebbe colpito”) che potrebbe diventare uno dei mantra di questa causa. Al centro, in fondo, c’è la credibilità. La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha spiegato che una parte cruciale del verdetto dipenderà proprio da chi dei due – tra il patron di Tesla e il fondatore di ChatGPT – risulterà più convincente agli occhi della giuria. Per Altman, che si è sempre presentato come il volto rassicurante e visionario dell’AI, queste ombre sul suo carattere – l’ambiguità sulla governance, la gestione accentrata del potere e l’enorme influenza raccolta – rischiano di incrinare la fiducia. E in un momento storico in cui si decide a chi affidare le sorti dell’intelligenza artificiale, conoscere la natura di chi guida questa corsa non è certo un dettaglio secondario.




