Berrettini e Sinner, il tennis azzurro prova l’allungo di Bolt a Montecarlo
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Redazione Sport
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Sul cemento rosso del Masters 1000 di Montecarlo, l’Italia del tennis ha consegnato una mattinata che, per intensità e rapidità, richiamava i tempi migliori del fulmine giamaicano. Matteo Berrettini, prima, e Jannik Sinner, poi, hanno letteralmente travolto i rispettivi avversari, approfittando – nel caso del romano – di un epilogo prematuro e, nel caso dell’altoatesino, di una lezione di potenza e precisione. Berrettini ha visto il proprio cammino agevolarsi quasi subito: lo spagnolo Roberto Bautista Agut si è ritirato dopo soli quattro game, lasciando il pubblico – composto in buona parte da connazionali accorsi nel Principato – senza la possibilità di assistere a un vero duello. Una delazione, quella del iberico, che ha trasformato il primo incontro in una formalità, quasi un riscaldamento per la sfida successiva.
Un fulmine (biondo) sul Court Ranier III
Se Berrettini ha dovuto soltanto aspettare, Sinner ha invece costruito da solo la propria esibizione di forza. Di fronte al francese Ugo Humbert, il numero uno azzurro ha impiegato appena sessantacinque minuti per chiudere la pratica con un doppio 6-3 e 6-0, un punteggio che racconta di un’autorità schiacciante e di un tennis lineare, quasi privo di sbavature. Eppure, non è stato solo il campo a catalizzare l’attenzione: a bordo campo, seduto comodamente in tribuna, c’era un tifoso decisamente speciale. Usain Bolt, la leggenda vivente dei cento e duecento metri, ha assistito all’esordio vincente di Sinner, regalando all’evento una sovrapposizione perfetta tra due mondi apparentemente distanti. La velocità, quella vera, dei blocchi di partenza, e quella ragionata ma esplosiva del tennis moderno si sono incontrate nel Principato.
“Lui è una leggenda, io devo ancora iniziare”
Le parole che Jannik Sinner ha speso per l’ex olimpionico giamaicano hanno il sapore di un passaggio di testimone ideale, più che di una semplice cortesia. “Lui è una leggenda, io devo ancora iniziare a fare il mio percorso”, ha dichiarato l’altoatesino dopo il match, riconoscendo in Bolt un modello di longevità e dominio assoluto. Un confronto, quello tra i due, avvenuto prima del fischio d’inizio: una breve chiacchierata, qualche sorriso, e poi Sinner è sceso in campo trasformando quell’incontro informale in carburante per una prestazione perfetta. La sensazione, guardando i suoi movimenti, è che quella presenza illustre abbia funto da stimolo ulteriore, quasi una conferma silenziosa che la pressione dei grandi palcoscenici – per chi è abituato a vincere – si trasforma in ossigeno.
La sorpresa di Bolt: “Tifo Alcaraz”
Proprio quando il racconto sembrava destinato a chiudersi con un abbraccio ideale tra i due fuoriclasse, arriva la dichiarazione che ha spiazzato molti. Intervistato ai microfoni di Eurosport, a pochi minuti dalla fine del match di Sinner, Bolt ha infatti ammesso senza troppi giri di parole: “Sono team Alcaraz, perché l’ho già incontrato in Spagna una volta”. Una dichiarazione che, se da un lato tradisce un’apparente “infedeltà” nei confronti del padrone di casa di giornata, dall’altro restituisce l’immagine di un appassionato autentico. Bolt ha aggiunto, con la disinvoltura di chi non ha nulla da dimostrare, che guarda molto tennis ma preferisce gli sport che sa praticare, limitandosi a seguire le partite più importanti. Un paradosso, il suo, che non ha però rovinato la festa italiana. Anzi, quella preferenza per il giovane spagnolo – già incrociato dal vivo nella penisola iberica – ha reso l’omaggio a Sinner ancora più significativo: perché il rispetto del fuoriclasse azzurro è arrivato nonostante un tifo dichiarato per l’altro.
La cronaca di questa giornata di Montecarlo, insomma, si regge su due binari paralleli: la nettezza dei risultati (un ritiro e un 6-0 nell’ultimo set) e la coreografia umana di un ex campione olimpico che, pur essendo “della parte avversaria” a parole, ha scelto di passare il proprio tempo a osservare proprio Sinner.




