Il Giappone e la bomba silenziosa sotto i mercati globali

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Per capire perché oggi molti investitori guardano al Giappone con crescente preoccupazione, bisogna partire da una delle dinamiche più importanti e meno comprese della finanza globale: il carry trade sullo yen. Per oltre vent’anni, infatti, il Giappone ha rappresentato un’anomalia nel panorama economico mondiale, perché mentre Stati Uniti ed Europa attraversavano cicli di crescita, inflazione e rialzi dei tassi, Tokyo conviveva con deflazione cronica, crescita debole e tassi d’interesse vicini allo zero.

Una combinazione, quella nipponica, che ha trasformato lo yen nella valuta di finanziamento per eccellenza, ossia la moneta che gli investitori internazionali prendono in prestito a bassissimo costo per acquistare attività finanziarie più remunerative altrove, dagli azionari americani ai bond europei.

Un meccanismo che ha funzionato ininterrottamente per decenni, alimentando flussi di capitale enormi e contribuendo a sostenere le borse occidentali; ma che oggi, con la Banca del Giappone costretta ad alzare timidamente i tassi per contrastare l’inflazione importata, rischia di incepparsi e di innescare una brusca inversione di quei flussi, con conseguenze potenzialmente dirompenti per l'intero sistema finanziario globale.

La manovra segreta sullo yen e lo sgambetto a Bruxelles

Il quadro di incertezza si è ulteriormente aggravato negli ultimi giorni, quando si è saputo che gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione di sostegno allo yen in totale autonomia, utilizzando euro per acquistare massicciamente la valuta giapponese e senza informare preventivamente la Banca Centrale Europea.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, che cita fonti anonime vicine alla questione, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent avrebbe riferito dell'accaduto alla presidente della Bce, Christine Lagarde, soltanto sabato 2 agosto, mentre la manovra era già stata portata avanti il giorno prima, venerdì 1 agosto.

Un tempismo, quest'ultimo, che ha lasciato l’istituto di Francoforte di fatto all'oscuro di un intervento che ha impattato direttamente sul mercato dei cambi dell'euro, visto che il Tesoro americano ha venduto la moneta unica per acquistare yen, deprezzando di fatto l'euro rispetto allo yen e alterando le condizioni di cambio senza che le autorità monetarie europee potessero pianificare una risposta o almeno essere preparate alle conseguenze sugli spreads e sui mercati obbligazionari dell’area euro.

La reazione della Bce e la fiducia tradita

Fonti interne alla Bce hanno fatto trapelare un malcontento profondo, definendo l'accaduto come una vera e propria rottura della fiducia che dovrebbe invece regnare tra le principali banche centrali del mondo occidentale. La Bce, che pure ha sempre collaborato in passato con la Federal Reserve e con il Tesoro americano in operazioni di sterilizzazione o di intervento sui cambi, si è trovata spiazzata di fronte a una decisione unilaterale che non solo non è stata condivisa, ma che ha utilizzato l'euro come pedina di scambio per risolvere un problema interno al Giappone.

I funzionari europei sottolineano che l'intervento congiunto tra Stati Uniti e Giappone per sostenere lo yen, pur essendo tecnicamente legittimo, avrebbe richiesto un minimo di coordinamento con Francoforte, soprattutto perché la vendita di euro sul mercato ha implicazioni dirette sulla politica monetaria e sull'inflazione importata nell'Eurozona.

Invece, Washington ha agito in sordina, comunicando solo a posteriori e lasciando alla Bce il compito di gestire le eventuali ricadute, un atteggiamento che molti osservatori hanno letto come l'ennesima mossa di Donald Trump per mettere i bastoni tra le ruote all'Europa, al di là del fronte già caldo dei dazi e delle tensioni commerciali. La sensazione, nei corridoi di Francoforte, è che si sia aperto un nuovo fronte, più immateriale delle minacce di invasione della Groenlandia, ma non meno pericoloso per la stabilità finanziaria del Vecchio Continente.

Un precedente pericoloso per l'equilibrio monetario globale

L’episodio solleva interrogativi più ampi sulla tenuta del sistema di cooperazione monetaria internazionale, che da decenni si basa su consultazioni e scambi di informazioni tra le principali economie per evitare guerre valutarie o interventi a sorpresa che possano destabilizzare i mercati.

Il fatto che gli Stati Uniti abbiano scelto di utilizzare l'euro come valuta di intervento, anziché il dollaro, appare come un gesto di doppio significato: da un lato, dimostra la volontà di non indebolire ulteriormente il biglietto verde, che già sconta le incertezze sulla politica fiscale di Trump; dall'altro, scarica sulle spalle dell'Europa il costo politico dell'operazione, deprezzando la valuta comunitaria e favorendo di fatto le esportazioni giapponesi a scapito di quelle europee.

Una mossa, questa, che i vertici Bce hanno giudicato come una violazione dello spirito, se non della lettera, degli accordi del G7, e che rischia di innescare un pericoloso circolo vizioso: se ogni paese si sente legittimato a intervenire sui cambi senza preavviso, utilizzando le valute altrui come arma, la stabilità del sistema finanziario globale potrebbe essere seriamente compromessa, con conseguenze che nessuno, in un momento di fragilità economica come quello attuale, può davvero permettersi di ignorare.

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