La Bce e lo “sgambetto” americano: Usa vendono euro per lo yen senza preavviso
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Redazione Economia
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Un nuovo episodio, destinato a far discutere negli ambienti finanziari e diplomatici europei, ha visto protagonisti gli Stati Uniti e la Banca centrale europea in un confronto che, sebbene condotto sui mercati valutari, assume contorni politici di non poco conto. Secondo quanto riportato dal Financial Times, che cita fonti anonime vicine alla vicenda, l’amministrazione Trump ha messo in atto una manovra congiunta con il Giappone per sostenere lo yen, acquistando massicciamente la moneta nipponica e utilizzando, per farlo, ingenti quantità di euro.
L’aspetto che ha generato maggiore irritazione a Francoforte è che l’intervento, eseguito nella giornata di venerdì 31 luglio, non è stato preventivamente comunicato alla Bce, la quale è stata informata dell’accaduto soltanto il giorno successivo, sabato, dalla voce del segretario al Tesoro Usa Scott Bessent, che ha riferito della cosa alla presidente Christine Lagarde.
La dinamica dell’operazione e i dettagli del mancato avviso
L’operazione congiunta, mirata a puntellare un franco nipponico che nelle settimane precedenti aveva toccato minimi storici rispetto al biglietto verde, ha quindi visto gli Stati Uniti agire come acquirenti di ultima istanza sul mercato dei cambi per conto di un alleato. La scelta di utilizzare la valuta europea come strumento principale per l’acquisto di yen, però, ha trasformato un’operazione tecnicamente circoscritta in un caso diplomatico-monetario di prima grandezza.
La Bce, custode della moneta unica, non è stata messa nella condizione di valutare l’impatto di un flusso così rilevante di vendite di euro sul cambio o sulle condizioni finanziarie dell’area, venendo a conoscenza dei fatti solo a posteriori. La telefonata tra Scott Bessent e Christine Lagarde, avvenuta nella giornata di sabato, ha rappresentato una sorta di presa d’atto formale di un’azione ormai conclusa, più che un vero scambio di vedute propedeutico a una decisione condivisa in un contesto di alleanza strategica tra le economie occidentali.
Le reazioni e il clima di rottura nella fiducia
Le indiscrezioni riportate dalla stampa americana, e in particolare dal quotidiano britannico, dipingono un quadro di aperto malcontento all’interno dei vertici dell’istituzione di Francoforte. La critica di fondo mossa alla manovra non risiede tanto nella necessità di sostenere una valuta alleata come quella giapponese, quanto nella forma e nei metodi con cui l’iniziativa è stata portata avanti.
L’aver tenuto all’oscuro la Bce, che per definizione sovrintende alle politiche che coinvolgono l’euro, e l’aver utilizzato una valuta di cui l’Europa è garante per un’operazione unilaterale di un paese terzo, rappresenta una rottura significativa di quella che fino a poco tempo fa poteva considerarsi una prassi consolidata di collaborazione informale tra le grandi banche centrali. Fonti interne alla Bce avrebbero espresso una crescente irritazione, sottolineando come questa dinamica rischi di minare il clima di fiducia reciproca che da decenni regola i rapporti tra le economie del G7.
Il fatto che una decisione di tale portata, in grado di muovere i tassi di cambio delle principali valute mondiali, possa essere assunta senza il minimo preavviso all’istituzione più direttamente interessata è stato interpretato a Francoforte quasi come un gesto di sostanziale disinteresse per il ruolo e le prerogative europee.
Il contesto delle relazioni transatlantiche e lo scenario valutario
L’accaduto si inserisce in un contesto più ampio, caratterizzato da tensioni latenti tra Washington e Bruxelles su molteplici fronti, dai dazi commerciali alle questioni di sicurezza energetica, sebbene questa vicenda si distingua per la sua natura squisitamente tecnica e l’immediatezza degli effetti finanziari. L’acquisto di yen contro euro, infatti, ha implicitamente deprezzato la moneta unica, rendendo le esportazioni europee leggermente più competitive ma al contempo aumentando il costo delle importazioni di materie prime.
Tuttavia, è l’elemento procedurale a far discutere gli osservatori: non tanto la direzione dell’intervento, quanto il metodo. La decisione americana di procedere unilateralmente, informando la Bce solo a giochi fatti, solleva interrogativi sulla tenuta degli anticorpi istituzionali che dovrebbero prevenire sorprese sui mercati globali.
Per Bessent, che ha ereditato da Trump la linea di un’amministrazione tendente a privilegiare accordi bilaterali e soluzioni rapide rispetto ai canali multilaterali, la mossa appare coerente con uno stile di governo che non disdegna di utilizzare la leva finanziaria come strumento di pressione, anche nei confronti di partner storici.
Da parte sua, la Bce si trova ora a dover gestire le conseguenze di un’iniziativa che, per la sua rapidità e segretezza, potrebbe indurre la banca centrale a riconsiderare le modalità di dialogo con le controparti statunitensi in futuro, nell’eventualità di nuove e simili emergenze valutarie.
Le implicazioni di una comunicazione a posteriori
L’informazione fornita a Christine Lagarde solo sabato pomeriggio, quando ormai le operazioni di acquisto di yen si erano concluse da oltre ventiquattr’ore, trasforma di fatto la comunicazione di Bessent in un atto dovuto, più formale che sostanziale. Questa tempistica ha impedito qualsiasi possibilità di intervento europeo per sterilizzare, o almeno mitigare, l’impatto della massiccia vendita di euro sui mercati, lasciando la Bce nella scomoda posizione di dover reagire a posteriori a un fatto compiuto, come sottolineano i funzionari di Francoforte interpellati dalla stampa anglosassone.
Se da un lato l’intervento congiunto Usa-Giappone è riuscito a sostenere lo yen, allontanando lo spettro di una svalutazione eccessiva e dannosa per l’economia nipponica, dall’altro ha messo in luce una crepa nel sistema di coordinamento delle politiche di cambio tra le democrazie occidentali, un sistema che tradizionalmente si basava su un tacito accordo di reciproca informazione e consultazione.
Le ripercussioni di questa crepa, per ora solo finanziaria e diplomatica, potrebbero rivelarsi più durevoli di quanto l’operazione stessa non abbia inciso sulle quotazioni dello yen, che resta pur sempre una delle valute più importanti del panorama globale insieme al dollaro e appunto all’euro.
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