L’euro si indebolisce sullo yen e sul dollaro, mentre il gas risale: il ritorno della stagflazione nel dibattito europeo
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Redazione Economia
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È un quadro che comincia a mostrare crepe preoccupanti quello che si delinea sui mercati valutari e delle materie prime, con l’euro che segna un passo indietro sia rispetto allo yen giapponese sia nei confronti del dollaro statunitense. Alle 11:30, la moneta unica viene scambiata a 183,738 yen e a 1,1585 dollari, valori che raccontano di una pressione ribassista non indifferente, alimentata da una percezione di rischio che torna a investire il Vecchio Continente. Contestualmente, il costo del gas naturale ad Amsterdam tocca quota 48,7 euro per megawattora, mentre il cambio con il franco svizzero – valuta storicamente percepita come rifugio sicuro – si attesta a 0,9198, segnali questi che, nel loro insieme, riportano prepotentemente al centro del dibattito un termine che sembrava essere stato accantonato negli ultimi mesi: la stagflazione.
Il termine, che affonda le sue radici negli shock petroliferi degli anni Settanta, descrive quella combinazione perversa in cui l’economia ristagna – o cresce a ritmi troppo lenti – mentre i prezzi continuano a salire in modo persistente. Una condizione, questa, che per decenni gli economisti avevano ritenuto difficilmente compatibile con le teorie classiche, legate alla cosiddetta curva di Phillips, la quale postulava una relazione inversa tra disoccupazione e inflazione. Oggi, però, ci si trova di fronte a una realtà che sembra aver riassorbito quelle vecchie certezze, mescolando l’effetto delle materie prime – con il gas che continua a rappresentare un’incognita pesante per il sistema produttivo europeo – e la debolezza strutturale di un’area valutaria che fatica a trovare un equilibrio stabile.
Lo yen e il franco svizzero come termometri del rischio
La forza che lo yen sta mostrando in questa fase, arrivando a toccare livelli così contenuti per l’euro, non è un fenomeno isolato. È il riflesso, piuttosto, di una fisiologica avversione al rischio che spinge gli investitori a cercare riparo in valute considerate più sicure o, quantomeno, meno esposte alle turbolenze energetiche che affliggono l’Europa. Non è un caso che, parallelamente, il franco svizzero – la cui solidità è nota per essere un’ancora in momenti di incertezza – si mantenga su valori alti, con un cambio che sfiora la soglia psicologica dello 0,92.
Questa dinamica, per l’economia della zona euro, ha un duplice effetto: da un lato, rende più costose le importazioni di energia, che sono denominate prevalentemente in dollari, amplificando così la spinta inflazionistica proveniente dai costi del gas; dall’altro, comprime la competitività delle esportazioni, proprio nel momento in cui la domanda interna mostra segnali di stagnazione. Se a questo si aggiunge il dato del gas naturale – che non accenna a scendere stabilmente sotto la soglia critica dei 50 euro – si comprende come la combinazione tra crescita ferma e prezzi alti torni a essere lo spettro che aleggia sulle politiche economiche di Bruxelles.
Il dollaro e il peso della politica estera americana
Sul fronte del cambio con il dollaro, la fotografia delle 11:30 racconta di un euro che arretra fino a 1,1585, un livello che richiama alla memoria le tensioni valutarie degli ultimi anni. A pesare su questo rapporto è anche il contesto geopolitico, con Donald Trump tornato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato: la sua presidenza, com’è noto, ha storicamente favorito un dollaro forte come strumento di proiezione internazionale, creando attriti commerciali con i partner europei. Le recenti dichiarazioni provenienti da Washington, sebbene non menzionate esplicitamente nei dati di cambio, hanno contribuito a creare un clima in cui gli investitori tendono a privilegiare il biglietto verde rispetto a una valuta europea percepita come più fragile.
L’euro, in questo senso, si trova a dover gestire pressioni contrastanti: mentre la Banca Centrale Europea cerca di navigare tra l’esigenza di contenere l’inflazione e quella di non strozzare una ripresa economica già incerta, il dollaro beneficia di un differenziale dei tassi d’interesse che continua a renderlo attrattivo. La debolezza congiunta sia contro lo yen sia contro il dollaro, perciò, non è che la spia di una mancanza di fiducia nella capacità dell’area euro di risolvere rapidamente le strozzature energetiche che ne frenano la crescita.
La stagflazione, un fantasma che torna a camminare in Europa
Che il dibattito sulla stagflazione sia tornato in modo così prepotente non è dunque frutto di mere speculazioni accademiche, ma il risultato concreto di questi numeri. L’aumento del prezzo del gas – che tocca nuovamente quota 48,7 euro per megawattora – rappresenta una morsa che stringe famiglie e imprese, erodendo il potere d’acquisto e aumentando i costi di produzione in un momento in cui gli ordini industriali mostrano segni di cedimento. La definizione classica del fenomeno, che parlava di “inflazione recessiva”, calza perfettamente a questa fase storica, in cui l’offerta di energia continua a essere il principale fattore di disturbo per un’economia che non riesce a trovare una rotta di crescita sostenuta.
Si tratta di una combinazione di fattori che rischia di incastrare la politica monetaria: alzare i tassi per raffreddare l’inflazione potrebbe aggravare la stagnazione; abbassarli per sostenere la crescita rischierebbe di far schizzare ulteriormente i prezzi, innescando una spirale pericolosa. Il mercato, nel frattempo, sta già inrando queste aspettative, premiando le valute rifugio e punendo quelle più esposte allo shock energetico. Il quadro delineato dai cambi, pertanto, non è solo un fatto tecnico, ma il sintomo di una sfida strutturale che l’Europa si trova nuovamente costretta ad affrontare, con gli stessi strumenti limitati che già in passato si erano rivelati insufficienti a spezzare il legame tra costo dell’energia e perdita di competitività.




