L’incertezza strategica di Trump e la sfida della Bce tra inflazione e crisi iraniana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La tranquillità apparente dei vertici della Banca centrale europea, quella che traspare dalle parole di Gediminas Simkus — il governatore della Banca lituana e membro del consiglio direttivo che invita a mantenere la rotta e a non reagire in modo eccessivo — si scontra con la brutale accelerazione degli eventi geopolitici. La guerra in Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso cui transita circa un quarto del petrolio mondiale e una fetta significativa del gas naturale liquefatto, ha già innescato una reazione a catena sui mercati energetici e valutari che difficilmente potrà essere ignorata a Francoforte. Il problema, per chi come Simkus deve valutare le implicazioni future, non è tanto l’impatto immediato — che pure c’è e si vede nel balzo del petrolio sopra gli 87 dollari al barile — quanto la durata del conflitto e la sua capacità di radicarsi nel tempo, trasformando uno shock temporaneo in una distorsione permanente delle aspettative di inflazione.

Se le cose dovessero durare, ha ammesso lo stesso Simkus a Vilnius, le conseguenze non riguarderebbero soltanto i numeri dell’inflazione, ma si allargherebbero a macchia d’olio sul Medio Oriente e, di riflesso, sull’intera economia europea. Ed è proprio in questo scenario nebuloso che si inserisce la variabile impazzita della nuova amministrazione statunitense. Chi osserva i mercati, e tenta di decifrare le prossime mosse della politica monetaria, si trova oggi a fare i conti con un inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, che ha fatto dell’incertezza non un incidente di percorso, ma un metodo di governo. La difficoltà crescente degli analisti finanziari, come emerge dai rapporti degli ultimi giorni, sta proprio nel razionalizzare dichiarazioni improvvise e talvolta contraddittorie, nel dare una forma logica a scelte che sembrano studiare per mantenere l’interlocutore — e il mercato — in uno stato di perenne suspense.

La scommessa dei mercati sul rialzo dei tassi e il termometro dell’euro

In questo clima di tensione, i trader hanno già iniziato a spostare le loro pedine. Gli swap sui tassi d’interesse, quelli che misurano le aspettative del mercato, prezzano ora con una probabilità elevata, attorno al 70%, l’ipotesi di due rialzi da 25 punti base entro la fine dell’anno, una previsione che solo pochi giorni fa sembrava remota. Il primo di questi aggiustamenti, secondo le scommesse degli operatori, potrebbe arrivare già nel mese di luglio, segnando un’inversione di tendenza netta rispetto alla precedente narrativa che vedeva la Bce orientata verso un taglio del costo del denaro. A rendere tangibile il nervosismo non è soltanto l’andamento delle materie prime, ma il comportamento dell’euro, che ha perso terreno contro il dollaro in modo significativo dall’inizio delle ostilità, scivolando attorno a quota 1,16 e registrando una performance persino peggiore di quella della sterlina. Il biglietto verde, come accade nei momenti di crisi, si è ripreso il suo ruolo di porto sicuro, aggravando lo squilibrio per un’area come quella europea che dipende dalle importazioni energetiche.

L’analisi delle possibili conseguenze economiche, del resto, dipinge un quadro complesso per l’Europa. L’impennata dei costi dell’energia, infatti, non agisce in modo lineare: da un lato, alimenta l’inflazione, che a febbraio nell’eurozona si è già attestata all’1,9% trainata dalla componente core e dai servizi; dall’altro, rischia di comprimere la domanda e di rallentare ulteriormente la crescita, mettendo i banchieri centrali di fronte allo spettro della stagflazione. La Germania, che avrebbe dovuto fare da traino alla ripresa del continente, si trova particolarmente esposta a questo contraccolpo, e il rischio è che la frenata tedesca si trascini dietro l’intera area valutaria.

L’ombra lunga di Hormuz e i conti con l’inflazione di fondo

Oltre al prezzo del petrolio, a preoccupare gli economisti è l’effetto moltiplicatore che il blocco delle rotte commerciali può avere su altri settori. Attraverso lo Stretto di Hormuz, infatti, non passa solo energia, ma anche una quota consistente — tra il 25 e il 35 per cento — del commercio mondiale di fertilizzanti. Un aumento del loro costo si riverbera a cascata sulla filiera agricola, sui prezzi dei prodotti alimentari e, in ultima analisi, sul carrello della spesa delle famiglie, alimentando quella componente dell’inflazione più viscida e difficile da contrastare perché legata ai beni di prima necessità. La Bce, che ha sempre cercato di guardare oltre gli shock energetici considerandoli transitori, si trova ora a dover monitorare con attenzione i cosiddetti effetti di seconda tornata, ovvero la possibilità che i rincari energetici si trasmettano ai salari e diventino permanenti.

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