La guerra in Iran e il ritorno dello shock energetico: Schnabel avverte sulla nuova incertezza per l’inflazione nell’Eurozona

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La fiammata dei prezzi di petrolio e gas, innescata dall’escalation militare in Medio Oriente e dal conseguente blocco de facto dello Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa il 20% del greggio mondiale e una quota significativa del GNL -1 –, sta imponendo una brusca e complessa riconsiderazione delle prospettive economiche per l’Eurozona, gettando un’ombra di incertezza sul percorso di rientro dell’inflazione proprio mentre la Banca Centrale Europea iniziava a intravedere una fase di relativa stabilità. La situazione, come emerge dalle dichiarazioni di Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo BCE, rende il cammino dei prezzi al consumo più accidentato e opaco, sebbene l’approccio dell’istituto di Francoforte, per ora, resti ancorato a una valutazione di medio termine che potrebbe però essere messa a dura prova dalla durata e dalla profondità del conflitto. Il balzo delle quotazioni energetiche, con il Brent schizzato sopra gli 80 dollari al barile e il gas europeo aumentato di oltre il 70% in pochi giorni, rappresenta un classico shock di offerta che si innesta su un tessuto economico ancora vulnerabile, ricordando per certi versi la crisi del 2022 ma con dinamiche geopolitiche e di contesto marcatamente differenti.

La posizione attendista della BCE e il monito sull’effetto recessivo

Di fronte a questo nuovo scenario di turbolenza, la linea ufficiale espressa dalla presidente Christine Lagarde e ribadita da Schnabel è quella di una vigilanza armata ma non di un allarmismo immediato. La BCE, forte delle esperienze passate e di una posizione monetaria ora considerata in una "buona posizione" – con i tassi di interesse al 2% e le aspettative di inflazione ancorate –, intende distinguere tra fluttuazioni temporanee dei prezzi energetici, fisiologiche in economie esposte a tali volatilità, e variazioni più persistenti che potrebbero richiedere un intervento correttivo. Schnabel ha sottolineato che, finché gli scostamenti dall’obiettivo del 2% rimangono contenuti in ambo le direzioni e di natura transitoria, la loro rilevanza per le decisioni di politica monetaria è limitata; ciò che conta, ha spiegato, è la prospettiva di medio termine e la capacità di evitare che la corsa dell’energia si trasmetta alle aspettative di inflazione e alle dinamiche salariali, innescando quella spirale che gli istituti centrali temono più di ogni altra cosa. Tuttavia, come evidenziato da analisi di Oxford Economics, il rischio concreto è che l’aumento dei costi energetici, combinato con le interruzioni delle catene di approvvigionamento globali – con le grandi compagnie di navigazione che già stanno deviando le rotte per evitare il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz – possa tradursi in una spinta inflazionistica non trascurabile, stimata tra lo 0,3 e lo 0,5% in più per il 2026, spingendo l’inflazione oltre la soglia di comfort.

Lo spettro della stagflazione e il nodo delle forniture energetiche

Lo scenario che si delinea all’orizzonte per l’economia europea è particolarmente insidioso, poiché all’aumento dei prezzi si accompagna un parallelo rallentamento della crescita, configurazione che riecheggia i timori di stagflazione. Le stime preliminari indicano una possibile riduzione del PIL dell’Eurozona di 0,1 punti percentuali a causa dell’erosione del potere d’acquisto delle famiglie e dell’aumento dei costi per le imprese, con un’espansione economica che potrebbe attestarsi intorno all’1% nel 2026. Il nodo più critico per l’Europa rimane il gas: le scorte, dopo un inverno rigido, sono scese attorno al 30% della capacità, collocandosi nella fascia bassa degli ultimi cinque anni e rendendo il continente estremamente vulnerabile anche a interruzioni temporanee delle forniture. A complicare il quadro, la decisione del Qatar, uno dei principali esportatori di GNL, di dichiarare la force majeure sulle proprie spedizioni a seguito degli attacchi, evento che ha fatto balzare i prezzi del gas all’ingrosso e che costringerà i paesi importatori, come quelli europei e asiatici, a una competizione serrata per accaparrarsi carichi alternativi da Stati Uniti o Australia, con inevitabili riflessi al rialzo sui costi finali.

L’inversione delle attese sui tassi e il fattore cambio

L’effetto combinato di queste tensioni ha già prodotto un’inversione di rotta nelle aspettative dei mercati finanziari, che nel giro di pochi giorni hanno drasticamente rivisto le loro previsioni sui tassi d’interesse. Se a fine febbraio si parlava di uno scenario "goldilocks", ideale per mantenere i tassi stabili, ora gli investitori scontano una probabilità crescente di un rialzo dei tassi BCE entro l’anno, con alcuni analisti che ipotizzano uno o due interventi da 25 punti base se lo shock energetico dovesse rivelarsi persistente. A questo si aggiunge un ulteriore fattore di complessità rappresentato dal cambio euro-dollaro: la valuta unica si è indebolita, scivolando verso 1,16 dollari, un movimento tipico delle fasi di "risk-off" che rafforza il biglietto verde ma che, per l’Europa, amplifica l’effetto inflazionistico delle materie prime, denominate in dollari. Questo meccanismo sta già esercitando una pressione al rialzo sui prezzi dei carburanti alla pompa, un effetto più immediato e percepibile dai cittadini rispetto ad altre variabili macroeconomiche, e che potrebbe incidere sulle dinamiche di consumo e, conseguentemente, sui prezzi dei servizi, un comparto che a febbraio ha già mostrato un'accelerazione al 3,4% su base annua, segnalando come le tensioni sui prezzi siano ben lungi dall'essere rientrate.

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