Il Tesoro americano e la mossa sullo yen: i democratici chiedono conto a Bessent
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Redazione Economia
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L’amministrazione Trump, attraverso il segretario al Tesoro Scott Bessent, è finita nel mirino dei democratici. La questione è spinosa e attiene a un intervento valutario che ha visto gli Stati Uniti acquistare yen giapponesi per sostenere una moneta che, alla fine di luglio, aveva toccato il punto più basso degli ultimi quarant’anni nei confronti del dollaro.
L’entità esatta del sostegno non è chiara – secondo alcune stime si tratterebbe di una cifra compresa tra i 5 e i 10 miliardi di dollari, mentre la controparte giapponese avrebbe messo sul piatto oltre 50 miliardi – ma ciò che più irrita i parlamentari democratici è l’assenza di un quadro legale chiaro e, soprattutto, di motivazioni economiche trasparenti che possano giustificare un’operazione giudicata, da più parti, come una violazione delle convenzioni monetarie post-belliche.
La mossa del Tesoro, infatti, ha alterato gli equilibri del vecchio continente in modo significativo, mettendo sotto pressione l’euro e i titoli di Stato italiani. L’Europa, in questo scenario, si ritrova al centro di una delle più imponenti rotazioni di capitale della finanza globale, e la domanda che i democratici rivolgono a Bessent è se questa operazione rappresenti o meno l’avvio di una guerra delle valute combattuta a spese dell’Europa.
Una guerra felpata, che in Asia vede contrapposte potenze commerciali come Cina, Giappone e Corea, ma i cui effetti si riverberano direttamente sul Vecchio Continente, mettendone a rischio la competitività industriale e commerciale.
La debolezza dello yen e le pressioni fiscali del Giappone
Per comprendere le ragioni che hanno spinto Washington a un intervento così invasivo, occorre partire dalla situazione interna del Giappone. Il crollo dello yen, che a luglio aveva raggiunto i minimi da quattro decenni, è il risultato di un doppio movimento. Da un lato, il differenziale dei tassi di interesse con gli Stati Uniti, dove i rendimenti sono molto più elevati, ha reso il dollaro estremamente attraente per gli investitori.
Dall’altro, le preoccupazioni per la sostenibilità di un debito pubblico che supera abbondantemente il 200% del Pil, unitamente ai programmi fiscali espansivi del governo guidato da Sanae Takaichi, hanno ulteriormente indebolito la fiducia nella valuta nipponica. Una debolezza che, se non fosse stata arginata, avrebbe potuto innescare una fuga di capitali dal Giappone con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.
Il ruolo della Fed e le infrastrutture finanziarie
L’intervento congiunto, che ha visto la Fed agire come braccio operativo del Tesoro, ha sollevato interrogativi sulla natura delle operazioni di sostegno alla liquidità in dollari. A differenza di quanto accade in condizioni normali, in questo caso il sistema ha fatto ricorso a strumenti come il FIMA Repo Facility, un meccanismo attraverso il quale le banche centrali straniere possono ottenere liquidità in dollari impegnando temporaneamente i propri titoli del Tesoro americano come collaterale.
Questa infrastruttura, progettata per evitare che una carenza di dollari costringa i grandi detentori a vendere i titoli sul mercato creando un effetto domino, ha lo scopo di stabilizzare il mercato dei Treasury. Eppure, l’uso di questi strumenti in un contesto di intervento valutario diretto ha fatto scattare l’allarme: si tratta di un’operazione di ordinaria amministrazione per garantire il funzionamento del sistema, oppure di un salvataggio mascherato che apre la strada a un uso sempre più politico degli strumenti della banca centrale?
La guerra delle valute e l’impatto sull’Europa
Mentre i democratici premono per avere risposte da Bessent, gli effetti della mossa americana cominciano a farsi sentire anche sull’altra sponda dell’Atlantico. L’indebolimento dell’euro, che di recente ha toccato i massimi da due mesi, mette a rischio le esportazioni europee e pone un problema serio alla Banca Centrale Europea. L’Europa, che non ha gli strumenti per una svalutazione competitiva come quella che caratterizza le economie asiatiche, si trova a subire le conseguenze di una decisione presa a Washington senza alcuna consultazione preventiva.
Il timore espresso dagli analisti dell'Eurotower è che questa iniziativa possa rappresentare un precedente pericoloso, in cui gli Stati Uniti utilizzano il dollaro come arma per riequilibrare i propri interessi commerciali, indipendentemente dalle conseguenze per i partner europei.
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