La morte silenziosa di Guglielmo Gatti, l’ergastolano dimenticato per il massacro degli zii
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Redazione Interno
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Quasi tre anni di silenzio hanno avvolto la fine di Guglielmo Gatti, condannato all’ergastolo per uno dei delitti più efferati che la cronaca nera bresciana ricordi. Il decesso, avvenuto nel carcere di Opera il 15 giugno 2023, è rimasto infatti sostanzialmente sconosciuto, seppellito in quella sorta di oblio che spesso accompagna le esistenze recluse, specie quando, come nel suo caso, i legami con il mondo esterno si erano ormai del tutto recisi. L’uomo, che aveva deciso di allontanare persino i pochi e anziani parenti che ancora occasionalmente lo visitavano, chiedendo loro di non fare più ritorno, si è così spento in una solitudine quasi assoluta, un epilogo lontano dai riflettori che per mesi, invece, avevano inseguito ogni dettaglio della sua vicenda giudiziaria.
L’orrore in via Ugolini e lo smembramento
Quella vicenda aveva il suo epicentro in una villetta di via Ugolini, oggi rinnovata nelle tinte e nell’aspetto, ma che per lungo tempo fu identificata, nell’immaginario collettivo, come la “casa degli orrori”. È lì, nel garage trasformato in una sorta di mattatoio, che nell’estate del 2005 Gatti uccise gli zii Aldo Donegani e Luisa De Leo, i quali risiedevano al piano terra dell’abitazione mentre lui occupava il primo piano. Un’estate definita da chi la visse da vicino come terribile, il preludio di una macabra operazione di occultamento che portò lo stesso Gatti a fare a pezzi i corpi delle vittime, per poi disfarsene entro sacchi neri.
Il macabro viaggio verso la Val di Sellero
I resti dei due coniugi furono quindi disseminati lungo un tragitto che dalla città conduceva verso le montagne, in un percorso che all’epoca richiedeva circa due ore di viaggio. Dopo aver percorso la superstrada che costeggia il lago d’Iseo, superate località come Pisogne e Darfo, e risalita la Vallecamonica, alcuni di quei sacchi furono abbandonati in val di Sellero, sul versante bergamasco, non lontano dal Passo del Vivione. Una zona impervia, scelta evidentemente nella speranza di rendere più difficile, se non impossibile, il ritrovamento delle prove di quel duplice omicidio, il cui movente rimase legato a dinamiche familiari e interessi economici.
Un processo e una condanna senza appello
L’indagine, partita dalla scoperta dei primi resti, ricostruì pazientemente l’accaduto, conducendo all’arresto e al successivo processo di Gatti. La gravità dei fatti, caratterizzati da una violenza inaudita e da un meticoloso tentativo di far sparire le vittime, non lasciò spazio a dubbi per i giudici, i quali emisero una sentenza di condanna all’ergastolo. Una pena che l’uomo ha scontato nel carcere milanese, vivendo gli ultimi anni in un isolamento progressivo, fino alla morte, della quale non si conoscono le cause e che è stata resa pubblica solo a distanza di molto tempo, senza che ciò destasse particolare clamore, quasi a suggellare definitivamente la chiusura di una pagina di cronaca tanto agghiacciante quanto, ormai, lontana nel tempo.




