Il piano di Trump per Gaza e l’apertura di Netanyahu: le ultime dalla crisi mediorientale
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Redazione Esteri
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Le ultime ore sulla crisi mediorientale sono state segnate da un apparente paradosso nelle dichiarazioni provenienti da Israele e dagli Stati Uniti. Da un lato, un netto rifiuto da parte del premier Benyamin Netanyahu del piano per Gaza presentato dal Board of Peace e sostenuto dall’amministrazione Trump, dall’altro, delle indiscrezioni che filtrano da ambienti vicini alla Casa Bianca e che raccontano di una possibile, seppur cauta, apertura del leader israeliano verso il piano di disarmo di Hamas proposto dal presidente americano.
La situazione rimane fluida e complessa, con diverse voci che si sovrappongono in un quadro politico e militare di estrema tensione.
Il no secco di Netanyahu al Board of Peace e la replica di Hamas
La giornata si era aperta con una presa di posizione ferma da parte del primo ministro israeliano, che ha respinto ufficialmente il documento in quindici punti elaborato dal Board of Peace per la Striscia di Gaza. Nel suo intervento, Netanyahu è stato categorico: le Forze di Difesa Israeliane non lasceranno Gaza finché Hamas non sarà completamente disarmato. La dichiarazione non lasciava spazio a interpretazioni, ribadendo anche un principio cardine della sua politica, ovvero l’opposizione alla creazione di uno Stato palestinese, sia a Gaza che in Cisgiordania.
La reazione di Hamas non si è fatta attendere, con il movimento islamico che ha invitato gli Stati Uniti a fare pressione su Netanyahu per un cambio di rotta, in un gioco di delegittimazione reciproca che sembra allontanare ogni possibilità di una soluzione negoziata nell’immediato.
La citazione di Hillary Clinton e il silenzio di Washington
In questo scenario di tensione, l’unica voce che si è levata da Washington è stata quella, inaspettata, del presidente Donald Trump. Il silenzio della Casa Bianca è stato rotto non da una dichiarazione ufficiale, ma da un post sul suo social Truth, in cui Trump ha ripubblicato un articolo del Financial Times firmato dalla sua storica rivale, Hillary Clinton. Il pezzo, risalente allo scorso giugno, conteneva un’analisi schietta sulla situazione: "Può non piacere, ma non ci sono alternative al piano del presidente Usa", scriveva l’ex segretaria di Stato.
La scelta di utilizzare le parole della Clinton per sostenere la propria linea rappresenta una mossa retorica inedita, quasi a voler sottolineare l’oggettività e l’ineluttabilità della strategia americana, al di là degli schieramenti politici interni.
Un’apertura sullo sfondo e i movimenti sul campo
A controbilanciare la durezza delle parole ufficiali, alcune fonti hanno riferito di un colloquio tra Netanyahu e Jared Kushner, genero e consigliere di Trump, durante il quale il premier israeliano avrebbe manifestato una certa disponibilità a "dare una possibilità" al piano di disarmo proposto dagli Stati Uniti. Questa presunta apertura, se confermata, rappresenterebbe un netto cambio di passo rispetto al secco rifiuto comunicato in precedenza, sebbene le fonti non abbiano fornito dettagli sulle condizioni o sui margini di manovra discussi.
Parallelamente, sul terreno, le Forze di Difesa Israeliane starebbero procedendo a un ridispiegamento delle proprie truppe, con un ritiro sulla cosiddetta Linea Gialla, un movimento tattico che potrebbe essere interpretato come un primo, timido passo verso una de-escalation, ma che al momento rimane circoscritto.
Il contesto iraniano e le incognite interne
Le dinamiche sul fronte israelo-palestinese si intrecciano con le tensioni interne al sistema di potere iraniano, che da sempre gioca un ruolo di primo piano nel sostegno a Hamas. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riferito di un lungo incontro di sette ore con Mojtaba Khamenei, durante il quale sarebbero state discusse le principali questioni del paese. La notizia arriva mentre continuano a circolare voci sulla sorte della guida suprema, Ali Khamenei, padre di Mojtaba, nonostante la diffusione di video da parte della televisione di Stato per smentire le indiscrezioni.
La capacità di Teheran di influenzare gli equilibri regionali e la sua posizione nei confronti del piano Trump rappresentano variabili cruciali, destinate a pesare sulle prossime settimane della crisi.
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